A Piacenza, un rito di memoria si è rinnovato, intrecciando il ricordo di un tragico evento ferroviario del passato con la recente, dolorosa scomparsa di Alessandro Ambrosio, giovane capotreno vittima di un atto violento.
La cerimonia, organizzata dal Dopolavoro Ferroviario sotto la guida di Bernardo Clemente, ha visto la partecipazione dell’assessore comunale Gianluca Ceccarelli e di una folta rappresentanza di familiari delle vittime, rappresentanti istituzionali e personale ferroviario, uniti nel cordoglio e nel desiderio di onorare la memoria di coloro che hanno perso la vita.
Il 12 gennaio 1997, il Pendolino Botticelli, un simbolo di progresso e modernità, si trasformò in una trappola mortale.
Alle 13.26, avvolto da una fitta nebbia, il treno deragliò a breve distanza dalla stazione, in una zona particolarmente critica a causa della vicinanza al fiume Po.
L’impatto, violentissimo, causò la morte di otto persone e numerosi feriti, lasciando un segno indelebile nella comunità piacentina e nell’intera nazione.
Le vittime, persone con storie, sogni e affetti spezzati in un istante, erano: Pasquale Sorbo e Lidio De Sanctis, i macchinisti in servizio; Cinzia Assetta e Lorella Santone, le hostess che offrivano un servizio impeccabile ai passeggeri; Francesco Ardito e Gaetano Morgese, agenti della Polfer incaricati della sicurezza, e con uno di loro, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fortunatamente illeso; Agatina Carbonaro e Carmela Landi, due viaggiatrici che intraprendevano un percorso di vita interrotto bruscamente.
La prima carrozza, epicentro della tragedia, fu ridotta a un ammasso di metallo contorto, mentre il vano macchinisti subì danni irreparabili.
L’urto spinse diverse carrozze fuori dai binari, creando scene di caos e disperazione.
Il processo che seguì, un lungo e complesso iter giudiziario, vide finire sul banco degli imputati dirigenti e funzionari delle Ferrovie dello Stato, accusati di disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose.
Nonostante le accuse, i primi e secondi gradi di giudizio si conclusero con assoluzioni “per non aver commesso il fatto”, acuendo il dolore e la frustrazione dei familiari, i quali avevano già visto i vertici delle FS prosciolti in precedenti procedimenti.
“È come se fosse il primo giorno,” ha dichiarato con la voce rotta dal dolore Lora, la vedova di Lidio De Sanctis, condividendo un sentimento universale di chi porta sulle spalle il peso di una perdita incolmabile.
Maria Cristina, madre di Francesco Ardito, ha espresso gratitudine per la memoria perpetuata dalla città di Piacenza, che non dimentica e continua a custodire i volti e le storie delle vittime.
L’assessore Ceccarelli ha riaffermato l’importanza di mantenere viva la memoria, un atto di rispetto e un monito per il futuro, affinché simili tragedie non si ripetano.
Alessandro Ambrosio, la cui giovane vita è stata strappata via prematuramente, si aggiunge ora a questa galleria di figure perdute, un nuovo nome da ricordare e onorare nel solenne ricordo di una comunità che non dimentica.

