Scomparsa e morte di Alessandro Rossi: interrogativi sulla cura psichiatrica.

La scomparsa di Alessandro Rossi dalla comunità psichiatrica “Gaibola”, situata nei colli bolognesi, ha sollevato interrogativi profondi sulla responsabilità e i limiti dell’assistenza ai pazienti fragili.

L’evento, consumatosi il 30 settembre 2020, si inserisce in una delicata area grigia del diritto, dove il bilanciamento tra autonomia individuale, sicurezza collettiva e obblighi di supervisione si rivela spesso compromettente.
La Procura di Bologna, pur chiedendo l’archiviazione del fascicolo che vedeva coinvolti sei operatori sanitari indagati per omicidio colposo e abbandono di incapace, non può cancellare la gravità del caso.

Alessandro Rossi, 60 anni, affetto da disturbi psichiatrici da quattro decenni e sotto la cura del Centro Servizi per la Salute Mentale (CSM) di Bologna, è stato ritrovato deceduto a distanza di sei mesi, il 15 aprile 2020, in un bosco di Pietramala, in provincia di Firenze.
Le circostanze del tragitto compiuto dal paziente, abbandonando la struttura e raggiungendo la località dove è stato ritrovato, rimangono avvolte nel mistero.

L’autopsia ha escluso cause violente, indicando un decesso presumibilmente dovuto a cause naturali, ma non può oscurare la profonda inadeguatezza del sistema di sorveglianza.
L’affermazione, implicita nella richiesta di archiviazione, secondo cui la morte di una persona vulnerabile possa essere considerata un rischio “accettabile”, suscita un profondo sconcerto.
L’avvocato Barbara Iannuccelli, legale della sorella di Rossi e strenua oppositrice dell’archiviazione, sottolinea con forza come la denuncia di scomparsa, presentata dalla comunità solo il giorno successivo all’evento, abbia ritardato l’avvio delle ricerche, compromettendone l’efficacia.
La famiglia, in particolare, lamenta con giustificata amarezza che questa dilazione abbia contribuito in modo determinante alla morte dell’uomo.
La Procura, per valutare la sussistenza di eventuali responsabilità, ha commissionato una consulenza tecnica d’ufficio che ha escluso la riconducibilità del decesso a condotte dolose o colpose, anche per omissione, da parte degli operatori sanitari o dei medici curanti.

Tuttavia, questa conclusione non preclude una riflessione più ampia e critica sulle procedure operative, sulla gestione del rischio e, soprattutto, sull’umanità con cui viene affrontata l’assistenza ai pazienti psichiatrici.

La vicenda Rossi evidenzia la necessità di una revisione urgente del modello di cura, orientato non solo alla gestione dei sintomi, ma anche alla promozione dell’autonomia responsabile, alla prevenzione del rischio di allontanamento e alla garanzia di una rete di supporto efficace e tempestiva.

L’udienza davanti al Giudice per le Indagini Preliminari rappresenta ora un momento cruciale per accertare la veridicità delle affermazioni e per definire una responsabilità che vada al di là della semplice valutazione tecnica, abbracciando un approccio etico e sociale volto a tutelare la dignità e la sicurezza delle persone fragili.

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