Premio Dante-Ravenna: la parola, baluardo contro l’oblio

(di Francesca Pierleoni)L’emozione di questo riconoscimento mi pervade, un’onda che si propaga da un ricordo sonnambolico: un risveglio all’alba, un’inquietudine nel letto che cerco di lenire rievocando frammenti danteschi, un gioco di rime che, inaspettatamente, risveglia dall’oblio lembi di conoscenza sopiti.

Queste parole giungono dall’autore Paolo Rumiz, nel contesto del Premio Dante-Ravenna, un evento che celebra il Sommo Poeta, testimonianza di un legame indissolubile tra la città ravennate e la sua eredità culturale.
Ma il premio, in questo frangente, si rivela un’occasione per una riflessione più ampia, un monito sull’attuale condizione del linguaggio e della società.

Rumiz, scrittore e viaggiatore, sottolinea come il verso poetico possieda una valenza terapeutica, un antidoto all’aridità espressiva che affligge la prosa contemporanea.
Più in generale, esorta ogni narratore, di qualsiasi genere, a immergersi nel linguaggio poetico, a riscoprire la musicalità, il ritmo, l’energia che si celano nelle parole, risorse essenziali per ritrovare un senso di direzione.
La parabola del linguaggio è strettamente intrecciata con l’evoluzione sociale e politica.
L’impoverimento del lessico non è un mero fenomeno linguistico, ma un sintomo di un declino più profondo, un riflesso di un’involuzione che permea ogni ambito della nostra esistenza.
In un’epoca segnata dalla frammentazione e dalla precarietà, il ruolo dello scrittore e, soprattutto, del poeta, assume un’importanza cruciale.

L’artista, in questo contesto, non è semplicemente un testimone, ma un costruttore, colui che restituisce alla collettività l’uso della parola, un faro nella notte della disinformazione.
La sua voce, per questo, si fa più autorevole del verbo politico.

L’affermazione di Javier Cercas, “Chi vuole fare politica, dovrebbe imparare prima a fare poesia”, risuona come un principio guida.

Il Premio Dante-Ravenna si erge quindi come un baluardo contro l’oblio, un invito a recuperare un patrimonio culturale millenario.
Rumiz, testimone di atrocità belliche in ogni angolo del mondo, denuncia l’impotenza dell’Europa, incapace di raccontarsi, di rappresentare il proprio ruolo di baluardo di sicurezza e benessere in un mondo dilaniato dai conflitti.

Questa incapacità narrativa alimenta una pericolosa reticenza, un silenzio che favorisce l’escalation di violenze fratricide, come quelle che affliggono l’Ucraina e Gaza.
L’assenza di una leadership capace di mediare e comprendere la complessità delle situazioni internazionali è una grave carenza, che si riflette anche nel panorama politico italiano, dove la preparazione culturale e la capacità di distillare il pensiero appaiono spesso insufficienti.

L’arma della parola, intrinseca all’essere umano, giace inutilizzata.
L’analisi dei dati OCSE, che evidenziano la difficoltà di comprensione testuale in una significativa porzione della popolazione italiana, amplifica ulteriormente la gravità della situazione.

Si suggerisce una revisione dei metodi didattici, con una riscoperta dell’importanza della memorizzazione e un ritorno all’apprendimento di opere classiche, in particolare quelle poetiche, che stimolano la memoria e rafforzano l’identità culturale.
La lingua, in definitiva, è la nostra patria, un rifugio sicuro in un mondo sempre più incerto.

Il dialogo con le nuove generazioni rappresenta una priorità.

Rumiz, pur riconoscendo le difficoltà, evidenzia come gli incontri con i giovani siano stati esperienze illuminanti, caratterizzate da una genuina curiosità e da una sete di conoscenza.
È necessario condividere l’esperienza del passato, offrire una guida, perché i giovani, spesso soli e smarriti, necessitano di un punto di riferimento.
Come i migranti che fuggono dalle loro terre, essi meritano la nostra compassione e il nostro sostegno.

Il Premio Dante-Ravenna, in quest’ottica, si configura come un ponte tra generazioni, un invito a coltivare la parola come strumento di conoscenza, di crescita e di umanità.

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