La Manovra Economica in corso si configura come un’operazione finanziaria che mette a dura prova l’autonomia e la capacità di azione degli enti locali, in particolare di Comuni come Bologna.
Lungi dall’essere un semplice aggiustamento contabile, si tratta di una scelta politica che concentra il peso delle responsabilità su chi è più vicino ai cittadini, scaricando su di loro oneri che gravano sempre più pesantemente sulla qualità della vita pubblica.
L’amministrazione comunale di Bologna, come molte altre in Italia, si trova a fronteggiare una situazione complessa, caratterizzata da tagli significativi già subiti l’anno precedente – 2 miliardi di euro a livello nazionale sulla spesa corrente e 8 sugli investimenti – e aggravati dall’impennata generalizzata dei costi.
L’aumento medio del 40% delle materie prime per gli appalti, unitamente a un’inflazione che ha toccato picchi considerevoli, ha eroso la capacità di mantenere inalterati i servizi essenziali.
Le scelte del governo centrale appaiono particolarmente problematiche sotto diversi aspetti.
In primo luogo, la mancata copertura degli aumenti contrattuali del personale pubblico, con un impatto diretto di circa 20 milioni di euro per Bologna, e l’azzeramento del fondo decentrato, rappresentano un duro colpo per la continuità dell’azione amministrativa.
Similmente, la gestione dei contratti della cooperazione, con una riduzione di 7 milioni di euro, mette a rischio progetti e attività cruciali per la comunità.
Un ulteriore fattore di preoccupazione è la decisione di ridurre del 30% la tassa di soggiorno, una fonte di finanziamento fondamentale per la salvaguardia di musei, biblioteche, servizi culturali e per il mantenimento della pulizia urbana.
Questa manovra, unitamente alla presunta intenzione del Ministro delle Finanze di accentrare la gestione della riscossione dei tributi locali – un ambito in cui Bologna si è distinta per la sua efficienza – suggerisce una visione centralizzatrice che ignora le specificità e le competenze delle amministrazioni locali.
La scelta di escludere la prima casa dalla dichiarazione ISEE per le esenzioni, apparentemente motivata da esigenze di equità sociale, si rivela paradossale se consideriamo l’assenza di finanziamenti adeguati per compensare il conseguente deficit nei bilanci comunali.
Questo comportamento denota una miopia politica che trasferisce i costi di scelte ideologiche sulle spalle dei cittadini.
Il quadro si completa con la sottrazione di risorse destinate al Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico Locale, con un deficit di 700 milioni di euro, e con la mancata copertura dei costi relativi all’assistenza alla disabilità nelle scuole, che sono passati da 2 a 2,7 miliardi di euro, gravando ulteriormente sui bilanci comunali.
Si tratta di un sistema in cui il 92% delle spese per il welfare è a carico degli enti locali, rendendo la sostenibilità finanziaria sempre più precaria.
In parallelo a questa erosione delle risorse pubbliche, si assiste a un aumento della pressione fiscale sulle famiglie, stimato in crescita dal 41,2% nel 2023 al 42,8% nel 2025 e oltre nel 2026.
Questa pressione, distribuita in modo iniquo, colpisce in modo sproporzionato i lavoratori dipendenti e i pensionati, soggetti a tassazione lineare senza scaglioni agevolati.
Di fronte a questa situazione, l’amministrazione comunale di Bologna, con voce ferma, invita il governo a un cambio di rotta.
Si ribadisce l’impegno a resistere, a difendere i servizi pubblici e a perseguire principi fondamentali come l’equità e la progressività fiscale, pilastri di una società giusta e solidale.
La sfida è ardua, ma la determinazione a preservare il bene comune rimane incrollabile.

