La notizia della scomparsa di Marco Bonamico, l’indimenticabile “Marine” per i tifosi bolognesi, ha lasciato un vuoto profondo nel cuore di chi lo ha conosciuto e ammirato.
Dan Peterson, suo coach negli anni Settanta alla Virtus Bologna, lo ricorda con un dolore palpabile, testimoniando l’impatto che quel giovane giocatore ha avuto sulla sua vita e sulla squadra.
Piuttosto che ripercorrere una biografia, Peterson sceglie di focalizzarsi su un singolo, emblematico episodio: la partita per lo scudetto del 1976 a Varese.
Un evento che racchiude l’essenza del giocatore, la sua capacità di emergere nei momenti cruciali e la sua straordinaria dedizione al sacrificio per il bene comune.
La sfida si presentava titanica: Varese, imbattuta in casa da sei stagioni, rappresentava un ostacolo quasi insormontabile.
La svolta della partita arrivò con l’espulsione di Gigi Serafini, il pivot della Virtus, a soli diciotto minuti dalla fine.
La situazione sembrava compromessa, ma è lì che emerge la figura di Marco Bonamico, un ragazzo di appena 19 anni, pronto a rispondere alla chiamata.
La sua entrata in campo non fu un semplice gesto formale; fu l’iniezione di energia, di grinta e di talento che permise alla Virtus di ribaltare la situazione.
Bonamico segnò sei punti vitali, ma il suo contributo non si limitò alla mera realizzazione.
La sua capacità difensiva fu determinante: venne incaricato di marcare Bob Morse, una leggenda del basket italiano, un realizzatore prolifico e temuto.
Morse, abituato a dominare le partite, fu contenuto, limitato a undici punti, la sua peggiore performance in carriera.
L’operazione di contenimento non fu solo fisica; fu una battaglia di volontà, un esempio di come un giovane, con determinazione e spirito di squadra, potesse superare un avversario di tale caratura.
“Marine”, un soprannome che a Bologna risuonava con affetto e riconoscenza, incarnava i valori di coraggio, abnegazione e talento puro.
Dan Peterson, con commozione, ammette di non riuscire a esprimere a parole l’affetto profondo che lo legava a quel ragazzo, a quel giocatore, a quell’uomo che ha lasciato un segno indelebile nella storia della Virtus Bologna e nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
La sua scomparsa non è solo la perdita di un campione, ma la perdita di un esempio, di un’icona che ha saputo interpretare al meglio lo spirito del basket e i valori della vita.