Crisi carceraria in Sardegna: detenuti 41bis a rischio collasso

Il 2025 si è configurato come un anno critico per il sistema penitenziario sardo, segnando un’escalation preoccupante nella gestione della sicurezza detentiva e sollevando interrogativi sulla sostenibilità del modello attuale.

Secondo il resoconto annuale di Socialismo Diritti Riforme, a cura di Maria Grazia Caligaris, l’incremento dei detenuti in regime di massima sicurezza (41bis) ha raggiunto livelli allarmanti, destinati a consolidarsi nel 2026.

L’imminente trasferimento di ulteriori detenuti 41bis dai carceri di Sassari-Bancali e Cagliari-Uta, per un totale di 184 individui, rischia di superare la capacità di Costarelle (L’Aquila), attualmente il principale centro di detenzione ad alta sicurezza in Italia.
Il completamento delle opere nella sezione di Badu ‘e Carros, destinata a detenuti ad alta sicurezza, potrebbe portare l’Istituto nuorese a diventare un centro esclusivo per detenuti a regime speciale, potenzialmente ospitando fino a 40 nuovi individui sotto la supervisione diretta del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e del Gruppo Operativo Mobile.
Questa concentrazione di detenuti a rischio, associata alla carenza di risorse umane e strutturali, crea un contesto operativo fragile e potenzialmente instabile.

L’analisi della situazione detentiva complessiva rivela un quadro di sovraffollamento cronico: 2.583 detenuti per soli 2.374 posti disponibili.
L’alta concentrazione di detenuti ad alta sicurezza (circa 600) e la prevalenza di stranieri, prevalentemente extracomunitari (oltre 760), rappresentano sfide significative per l’organizzazione e la gestione delle carceri.
Le aspettative iniziali, legate all’insediamento del nuovo Provveditore Regionale, Antonio Arena, e dei nuovi direttori istituzionali, si sono rivelate infondate, assistendo addirittura a un arretramento rispetto agli obiettivi di stabilizzazione e miglioramento.

La centralizzazione delle decisioni a livello ministeriale, descritta come un “leviathan” che assorbe le prerogative del sistema, aggrava la situazione.

La carenza di personale si traduce in numeri drammatici: 200 agenti in meno rispetto alle previsioni (50 solo a Cagliari-Uta) e 60 amministrativi, figure essenziali per il corretto funzionamento delle istituzioni, il rispetto dei principi costituzionali e la realizzazione di progetti di reinserimento sociale.
Questa carenza personale impatta negativamente sulla sicurezza, sulla salute mentale dei detenuti e sulla capacità di offrire programmi riabilitativi adeguati.
La distribuzione dei detenuti tra le diverse carceri sarde evidenzia disomogeneità e situazioni di particolare emergenza.
Sebbene l’istituto di Nuoro presenti un numero contenuto di detenuti (39), Cagliari-Uta è fortemente sovraffollata, con 738 detenuti (32 donne) per soli 561 posti.
Sassari-Bancali, oltre ai detenuti 41bis, registra 578 detenuti (23 donne) per 458 posti.

Anche Tempio-Nuchis, Alghero, Massama-Oristano, Arbus, San Daniele di Lanusei e Isili presentano situazioni di sovraffollamento e carenza di personale.
L’istituto di Mamone, sebbene a quota piena, rappresenta un’eccezione in un contesto generale di crisi.

L’andamento attuale del sistema penitenziario sardo solleva interrogativi profondi sulla sua capacità di garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti umani e la riabilitazione dei detenuti.
Un cambio di paradigma, che preveda un investimento significativo in risorse umane, infrastrutturali e in programmi di reinserimento sociale, appare urgente per evitare una spirale di degrado e per restituire dignità e speranza a chi è stato privato della libertà.

La necessità di un approccio più orientato alla riabilitazione, alla prevenzione del sovraffollamento e alla valorizzazione del ruolo degli operatori penitenziari è imprescindibile per garantire un futuro più equo e sicuro per la Sardegna e per l’intero Paese.

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