La Sardegna si trova ad affrontare una crescente pressione sul suo sistema penitenziario, manifestata da un sovraffollamento che supera i limiti strutturali e solleva interrogativi sulle strategie di gestione delle presenze carcerarie.
I dati, aggiornati al 30 novembre 2024 e analizzati dall’associazione Socialismo Diritti Riforme, rilevano un surplus di 265 detenuti rispetto ai 2.583 posti disponibili, un quadro aggravato dall’esclusione dei 92 detenuti in regime di massima sicurezza di Sassari.
L’elemento più significativo è l’incremento esponenziale della popolazione straniera, che ha raggiunto quota 795 individui, rappresentando il 30,48% del totale.
Questa percentuale è aumentata del 36,83% nell’arco di un anno, evidenziando un’evoluzione demografica all’interno delle carceri sarde che richiede una riflessione approfondita sulle cause e sulle implicazioni.
La concentrazione della popolazione straniera è particolarmente accentuata nelle due principali case circondariali dell’isola: Cagliari-Uta e Sassari-Bancali.
A Cagliari-Uta, 190 detenuti stranieri (25,7%) sono presenti in una struttura progettata per 561 detenuti, mentre a Sassari-Bancali, 184 (32,5%) su 566 detenuti.
A Mamone-Onanì la situazione è ancora più critica, con una percentuale del 58,3% di detenuti stranieri rispetto alla capienza prevista.
Questo scenario, che vede la Sardegna trasformarsi de facto in un punto di raccolta per detenuti provenienti da altre regioni e, soprattutto, da paesi stranieri, solleva preoccupazioni sulla capacità del sistema penitenziario locale di garantire condizioni di vita dignitose e di offrire programmi di riabilitazione efficaci.
L’associazione Socialismo Diritti Riforme sottolinea come questa trasformazione sia in contrasto con gli sforzi locali per trovare soluzioni alternative al nuovo padiglione di massima sicurezza di Cagliari-Uta.
A fronte dei quasi 800 detenuti stranieri, si aggiungono circa 700 detenuti provenienti da Sicilia e Calabria che scontano pene in regime di alta sicurezza, configurando un quadro complesso che testimonia la crescente centralizzazione delle funzioni penitenziarie in Sardegna.
La relativa scarsità di detenuti sardi, con pochi individui in regime speciale, indica una differente dinamica criminale rispetto a quella associata a organizzazioni come mafia, ‘ndrangheta e stidda.
L’associazione ribadisce l’urgenza di affrontare questa problematica a livello nazionale, sollecitando un intervento congiunto delle istituzioni e della classe politica, al fine di evitare che la Sardegna diventi un mero deposito penale e di promuovere una gestione più equa e sostenibile del sistema penitenziario.
La questione richiede un confronto aperto e costruttivo, che coinvolga la Conferenza Stato-Regioni e tutte le parti interessate, al fine di trovare soluzioni condivise e durature.
L’obiettivo primario deve essere quello di tutelare i diritti dei detenuti, garantire la sicurezza della collettività e promuovere una cultura della riabilitazione e del reinserimento sociale.

