Dioggene: Un Viaggio nell’Anima di un Attore, Riflesso di un’EpocaStefano Fresi, artista poliedrico – cantante, musicista, attore di spessore – porta in scena *Dioggene*, uno spettacolo che si rivela più di un monologo: è un’immersione nel labirinto dell’esistenza, un’esplorazione delle crepe e delle luci che illuminano il percorso di un uomo.
Prodotto e diretto da Giacomo Battiato, il progetto fa tappa in Sardegna, sotto l’egida del Cedac, con un itinerario che tocca Alghero, Tempio Pausania, Lanusei, Nuoro e San Gavino Monreale, offrendo al pubblico sardo un’occasione unica di incontro con un’arte intensa e provocatoria.
Lo spettacolo ruota attorno alla figura di Nemesio Rea, un attore di successo intrappolato in una crisi profonda, un uomo che, smarrito tra le luci della ribalta e le macerie di un matrimonio fallito, cerca rifugio nella filosofia, nell’aridità di un pensiero radicale.
Ma *Dioggene* non è solo la storia di un attore che abbandona il palcoscenico.
È un’indagine sulla maschera, sul ruolo che recitiamo nella vita e sulla distanza, spesso abissale, tra l’immagine pubblica e la verità interiore.
Fresi, legato alla Sardegna da un profondo senso di appartenenza – “l’Isola è nel cuore e nel sangue,” confessa – incarna Nemesio Rea attraverso tre tappe cruciali della sua esistenza.
La prima, un’immersione nel Medioevo, con il personaggio di un contadino coinvolto nella Battaglia di Montaperti, un monologo che svela la fragilità dell’amore e la brutalità della guerra.
La seconda, una rivelazione: si tratta di uno spettacolo giovanile, una parentesi artistica che emerge da un passato idealizzato.
Infine, lo vediamo al culmine della carriera, alle prese con un testo impegnativo di Sartre, un confronto con l’assurdo e la responsabilità.
Il cuore pulsante dello spettacolo è il camerino, un luogo di transizione dove il personaggio, prima di affrontare il pubblico, si confronta con i propri demoni.
In un momento di lucidità dolorosa, emerge la consapevolezza di essere un uomo insopportabile, egoista, capace di arrecare sofferenza.
Quest’epifania lo conduce a una terza fase, una sorta di esilio volontario: Nemesio si rinchiude in una campana di vetro, come un nuovo Diogene, abbandonando la dizione formale e riscoprendo la lingua madre, il romanesco, per dialogare con l’eco di pensatori come Kierkegaard e Kant, senza la necessità di citarli direttamente.
La performance di Fresi si distingue per una virtuosismo attoriale che trascende la recitazione, una metamorfosi che coinvolge anche il linguaggio, con continui cambi di registro e stile.
Non si tratta solo di interpretare un ruolo, ma di vivere un’esperienza trasformativa, di sondare le profondità dell’animo umano.
“Sono un uomo fortunato,” afferma Fresi, “vivo della mia passione, e per pagare le bollette faccio il mio gioco preferito.
” Questa affermazione racchiude l’essenza di *Dioggene*: un atto di ribellione, una celebrazione dell’arte come strumento di conoscenza e di liberazione.
Lo spettacolo, dunque, non è solo un monologo, ma un invito a interrogarci sul nostro ruolo nel mondo e a cercare, anche tra le macerie, un barlume di verità.







