La vertenza Eurallumina di Portovesme si configura come un campanello d’allarme, un grido disperato che trascende la mera difesa di posti di lavoro per diventare un monito urgente per l’intera Sardegna e per il Paese.
La drammatica protesta di un operaio, che si è elevato a 40 metri d’altezza su un silo, non può essere ridotta a un mero gesto eclatante, ma va interpretata come un’implorazione di dignità e di futuro da parte di lavoratori che vedono minacciata la loro esistenza e quella dell’intera filiera industriale.
La Cisl, con la voce della sua segretaria generale Daniela Fumarola, lancia un appello solenne a tutte le istituzioni, a livello regionale e nazionale, affinché non si limitino a reazioni emergenziali, ma si assumano la responsabilità di elaborare una visione strategica di sviluppo per la Sardegna.
Non si tratta di applicare semplici provvedimenti tampone, ma di costruire un progetto di crescita sostenibile, che valorizzi le peculiarità del territorio e che garantisca certezze e speranze per i suoi abitanti.
La vertenza Eurallumina incarna le fragilità di un’economia regionale che fatica a esprimere appieno il proprio potenziale.
La salvaguardia di sistemi produttivi consolidati, come quello dell’alluminio, è imprescindibile per il mantenimento di un tessuto sociale coeso e per la creazione di nuove opportunità di lavoro, soprattutto in aree marginali.
La Cisl propone un patto programmatico alla Regione Sardegna, un accordo che delinei azioni concrete per affrontare le sfide attuali e future.
Questo patto deve essere il punto di partenza di un dialogo costruttivo tra sindacato, istituzioni e mondo imprenditoriale, finalizzato alla definizione di un modello di sviluppo che ponga al centro il lavoro e la valorizzazione delle risorse locali.
L’attenzione deve essere rivolta, inoltre, alla programmazione post-PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), per evitare che il 2026 segni una brusca frenata alla crescita economica.
È necessario capitalizzare gli investimenti effettuati e garantire una transizione equa e sostenibile verso un’economia più verde e digitale.
La situazione di Portovesme, e più in generale la condizione delle aree industriali sarde, rappresentano un banco di prova per la capacità del Paese di coniugare sviluppo economico, tutela ambientale e giustizia sociale.
Ignorare questo grido di dolore significherebbe condannare intere comunità a un futuro di incertezza e di marginalizzazione, compromettendo gravemente il futuro della Sardegna e, di conseguenza, quello dell’Italia.
La responsabilità è di tutti, e richiede un impegno concreto e una visione di lungo periodo.

