Protesta Eurallumina: Lavoratori in quota, un grido di speranza e rabbia

L’aria, satura di umidità e carica di una frustrazione palpabile, sferza i manifestanti in quota, a quarant’anni di altezza.

Il silenzio, più che assenza di suono, si configura come un peso schiacciante, un’omissione istituzionale che amplifica il senso di abbandono.
Enrico Pulisci, rappresentante della Rsa di Eurallumina, descrive così la situazione dalla sua posizione di protesta, in cima a un silo dello stabilimento di Portovesme, dove, da lunedì all’alba, è salito insieme ad altri tre colleghi.
La rabbia che alimenta questa iniziativa disperata è il frutto di una profonda delusione, un sentimento che emerge con particolare forza in seguito all’incontro, a Roma, tra la Presidente della Regione Sardegna e il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Sebbene la vertenza Eurallumina fosse all’ordine del giorno, l’esito è stato tutt’altro che risolutivo, lasciando i lavoratori in una situazione di incertezza e precarietà.
La protesta, lungi dall’attenuarsi, si protrae, entrando nella sua quarta notte.
Pulisci, con voce rotta dalla fatica e dall’esposizione atmosferica, ribadisce la determinazione dei manifestanti: “La lotta continua, il presidio non si ferma.

” Questo atto di resistenza, audace e rischioso, non è un mero gesto di protesta, ma una denuncia pubblica, un grido d’aiuto lanciato dalle profondità di una crisi industriale che minaccia la sopravvivenza di un intero territorio.

La vertenza Eurallumina, infatti, trascende la singola azienda, incarnando una più ampia crisi del sistema produttivo sardo, segnata da una progressiva perdita di competitività e dalla difficoltà di diversificare l’economia locale, ancora troppo dipendente da settori ad alto impatto ambientale e con scarsa capacità di innovazione.

La chiusura dello stabilimento, o una sua gestione inadeguata, significherebbe la perdita di centinaia di posti di lavoro, con conseguenze devastanti per le famiglie coinvolte e per l’intera comunità portovesmese.
La protesta in quota, inoltre, assume una valenza simbolica potente.
Dall’alto, i manifestanti possono osservare il territorio che stanno cercando di salvare, i campi, le case, le vite delle persone che dipendono dalla loro forza lavoro.
È uno sguardo di speranza, ma anche di sfida, rivolto alle istituzioni, affinché non voltino loro il dorso e si assumano la responsabilità di trovare una soluzione concreta e duratura per il futuro della vertenza.

La richiesta non è solo il mantenimento dei posti di lavoro, ma anche la riqualificazione professionale, la ricerca di nuove opportunità di sviluppo sostenibile per il territorio, e un piano industriale credibile che garantisca la continuità produttiva e la competitività dell’azienda.

Il silenzio delle istituzioni, in questo momento cruciale, rischia di condannare un’intera comunità a un futuro incerto e di alimentare un senso di profonda sfiducia nei confronti del potere.
La voce dei manifestanti, alta e chiara, deve essere ascoltata.

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