Un’imponente cascata di calzature cremisi, come un macigno di sofferenza, compone un mantello che incarna il fardello gravoso delle violenze, sia quelle che lasciano segni sulla carne, sia quelle che corrodono l’anima, inflitte alle donne.
La caduta del mantello non è altro che la liberazione, la rivelazione di un abito bianco, candido simbolo di speranza, le maniche allungate a evocare ali, ali destinate a sollevare, a permettere un nuovo volo, una riscoperta della libertà interrotta.
Questa creazione, presentata in anteprima a Isernia, è l’opera della stilista Sara Cetty, un’installazione artistica pensata per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, un potente strumento di sensibilizzazione in un contesto di riflessione sugli stereotipi di genere che perpetuano disuguaglianze e prepotenze.
Il titolo scelto dagli organizzatori, le associazioni “Romni” e “Rom in Progress”, con il supporto della Provincia di Isernia, “Te la sei cercata”, è un atto di provocazione, un’amara constatazione del giudizio spesso rivolto alle vittime, un’accusa che offusca la responsabilità dei colpevoli.
L’intento è quello di stimolare un dialogo aperto e coraggioso con i giovani, seminando i germi di una cultura del rispetto, un antidoto all’odio e alla violenza.
L’abito, concepito e realizzato in un arco di tempo concentrato, è il frutto di una collaborazione virtuosa tra Sara Cetty e la modellista Angela Colella, un’espressione di talento e impegno sociale.
La sua partecipazione a una mostra a tema in Campania rappresenta un’opportunità per amplificare il messaggio e raggiungere un pubblico più ampio.
“Questo abito è l’abito della rinascita” – afferma la stilista – sottolineando l’importanza di un percorso di ricostruzione personale, di un recupero della propria identità, di una rivendicazione del diritto di essere se stesse.
Un appello a non soccombere al peso del trauma, a non isolarsi, a trovare sostegno e forza per affrontare le sfide.
L’impegno a coinvolgere i ragazzi in questo percorso è fondamentale: solo attraverso la consapevolezza e l’empatia si può costruire un futuro in cui la violenza non trovi più spazio.
Ogni singola scarpa rossa, impressa sul mantello, racchiude un insulto, una frase denigratoria, un pregiudizio che le donne vittime di violenza hanno dovuto sopportare.
Gli studenti, guidati da esperti, si sono confrontati con questi luoghi comuni, con queste trappole linguistiche che anestetizzano la comprensione, che minimizzano la sofferenza, che uccidono una seconda volta.
È un esercizio di de-strutturazione, un atto di ribellione contro un linguaggio che perpetua la violenza.
La speranza è che, attraverso questo confronto, si possa abbattere ogni barriera, ogni pregiudizio, per costruire un mondo più giusto, più equo, dove ogni donna possa vivere libera e sicura.

