Cutro, il dolore resta: un anno dopo la strage, la richiesta di giustizia.

Il dolore è un’onda perpetua, un’eco che risuona sulle coste di Steccato di Cutro, amplificata dall’amarezza di promesse non mantenute.

Mentre si prepara l’avvio del processo penale nei confronti di quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto, accusati di naufragio colposo e omicidio plurimo, le voci dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti, raccolte in una potente denuncia, squarciano il silenzio dell’indifferenza.
Novantaquattro vite spezzate, trentacinque di loro bambini, alcuni ancora in fasce, e un numero imprecisato di dispersi inghiottiti dalle acque del Mediterraneo.
Il rinvio dell’udienza, dovuto a questioni procedurali legate al cambio del collegio giudicante, appare come una ulteriore ferita, un’umiliante lentezza che stride con l’urgenza di giustizia e verità.

La tragedia del 26 febbraio 2023 non è solo un evento da processare, ma una profonda frattura nella coscienza collettiva, un monito sulle responsabilità umane e politiche.

Superstiti e familiari vivono un’esistenza sospesa, tormentata dalla paura che altre famiglie si trovino ad affrontare lo stesso destino, costrette a tentare la speranza su imbarcazioni precarie, affrontando un mare spesso inospitale.
La loro lettera è un grido di disperazione, un appello diretto alla memoria e all’azione.
L’accusa più dolorosa è l’oblio, la sensazione di essere stati relegati in un angolo della storia, dimenticati dalle istituzioni.

Il passare del tempo, l’avvicinarsi delle commemorazioni, accentua il senso di abbandono, alimentato dalla distanza tra le parole di impegno del governo e la loro assenza di traduzione in realtà.

Le promesse di ricongiungimenti familiari, fonte di un’effimera speranza, si sono rivelate vane, come il vuoto di tutte le promesse politiche che le hanno precedute.

La risposta a questa negligenza sarà mobilitazione.
I sopravvissuti annunciano un nuovo ciclo di proteste, un ritorno simbolico nei luoghi delle promesse infrante.

Il prossimo anniversario della strage è l’obiettivo: un appuntamento per far sentire la loro voce, per confrontarsi direttamente con chi detiene il potere, chiedendo a voce alta: “Perché ci avete dimenticati?”.

Non intendono affrontare quella data in solitudine, immersi in un mare di lacrime e disillusioni, ma con la forza di una comunità che rivendica giustizia e dignità.
La loro lotta non è solo per i caduti, ma per tutti coloro che ancora sognano un futuro libero dalla paura e dalla disperazione, un futuro dove il Mediterraneo non sia sinonimo di morte, ma di speranza e accoglienza.

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