La democrazia, pilastro fragile e imprescindibile di ogni società civile, non è un’eredità garantita ma un organismo vivente che esige cura costante e rinnovamento continuo.
Lungi dall’essere un mero atto formale o un privilegio da esercitare occasionalmente, la partecipazione democratica si configura come un dovere morale, un impegno che interpella la coscienza individuale e collettiva.
L’appello lanciato dalla Conferenza Episcopale Calabra in vista delle elezioni regionali del 5 e 6 ottobre, che stigmatizza l’astensione come scelta mai neutra, ne è un’urgente testimonianza.
I vescovi calabresi, richiamandosi all’immagine potente evocata da Papa Francesco durante le Settimane Sociali di Trieste, descrivono la crisi democratica come una malattia del cuore stesso della società.
Un cuore malato quando la corruzione e l’illegalità soffocano la giustizia, quando la politica si chiude in una spirale autoreferenziale, sorda alle esigenze del popolo e priva di vera vocazione al servizio.
Un cuore che si indebolisce quando si diffonde una cultura dello scarto, relegando in una condizione di marginalità interi segmenti della popolazione: i poveri, i giovani in cerca di futuro, gli anziani soli, le persone vulnerabili, tutti coloro che rappresentano la fragilità del nostro tessuto sociale.
L’apatia civica, in questo contesto, si rivela non solo un disinteresse individuale, ma il campanello d’allarme di un tessuto sociale profondamente eroso.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sollevato interrogativi scomodi e profetici: possiamo accontentarci di una democrazia imperfetta, a bassa intensità? È legittimo arrendersi all’aumento dell’assenteismo dei cittadini dalla vita pubblica? La risposta univoca è un no categorico.
Confondere il tifo partigiano con l’impegno civico è un errore gravissimo, perché la democrazia si nutre di persone, di relazioni autentiche, di comunità solidali, non di etichette o di slogan.
L’astensione e l’indifferenza, lungi dall’essere scelte innocue, si rivelano scelte a doppio taglio, che inevitabilmente gravano sui più deboli, consegnando il futuro nelle mani di una minoranza ristretta.
Partecipare, invece, significa assumersi la responsabilità di curare il cuore pulsante della nostra terra, contribuendo attivamente alla costruzione di una Calabria più giusta, solidale, inclusiva e profondamente fraterna.
Significa restituire voce a chi è stato silenziato, speranza a chi ne è stato privato.
Le elezioni regionali non devono essere percepite come un obbligo burocratico, ma come un’opportunità concreta di esercitare la libertà di scelta e di assumersi un impegno responsabile verso il bene comune.
Ogni voto rappresenta una voce, un’opinione, un’aspirazione, e la somma di queste voci plasma il futuro della nostra comunità.
Non c’è libertà senza scelta consapevole, non c’è bene comune senza partecipazione attiva e responsabile.
Chi rinuncia a scegliere, in realtà, rinuncia a costruire il proprio futuro, un lusso che una terra complessa e ricca di potenzialità come la Calabria non può permettersi di sprecare.






