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Cronaca

Caso Garlasco, i sospetti dei pm sui reperti: "Distrutti dopo la sentenza definitiva su Stasi"

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Caso Garlasco, i sospetti dei pm sui reperti: "Distrutti dopo la sentenza definitiva su Stasi"

Non solo le ombre sulle analisi dei pedali o su una consulenza personologica scritta non si sa da chi, la Procura di Pavia sospetta anche sulle modalità di conservazione dei reperti sul caso Garlasco. In particolare i dubbi si concentrano sull'intonaco dell'ormai famosa impronta 33 e sulle unghie della vittima, ma la replica del Ris di Parma - datata 6 novembre scorso - è netta: "lo smaltimento degli eluiti (intermezzi di lavorazione, ndr) avvenne dopo la sentenza definitiva di condanna nel processo di Alberto Stasi" emessa il 12 dicembre 2015. E' l'ultimo terreno di scontro sul delitto del 13 agosto 2007 tornato alla ribalta della cronaca con una nuova indagine e un nuovo sospettato.  

Il documento firmato dal colonnello Matteo Donghi - una risposta alle richieste dei pm sollecitati dalla difesa del condannato in via definitiva - fornisce indicazione sui dati grezzi, l'esatta documentazione fotografica effettuata sul delitto della ventiseienne e ricostruisce il destino dei prelievi di intonaco sul muro della cantina, totalmente consumati alla ricerca della verità - in accordo con le parti, a dire dei carabinieri - come i frammenti delle unghie delle mani della vittima. Nelle considerazioni si precisa una questione tecnica: se il reperto gode di una sua identità in ambito penale, gli intermezzi di lavorazione possono essere distrutti al termine degli accertamenti.  

Più volte, in una memoria la difesa Stasi chiede al Ris di Parma di far luce sul destino degli eluiti, principalmente riferendosi ai due relativi ai prelievi di intonaco, denominati '33dattilo' e '97F', nonché ai nove relativi ai frammenti delle unghie della vittima. La risposta del Ris di Parma è puntuale. "Dalle informazioni raccolte, è emerso che gli eluiti relativi all'omicidio Poggi vennero conservati presso questo Reparto anche dopo la stesura del referto 'Relazione finale bio-dattilo', in particolare quelli su cui si concentra la Procura di Pavia e la difesa Stasi "furono depositati, il giorno 20 dicembre 2011, all'interno di un freezer dedicato", in un locale a ingresso protetto da lettori biometrici.  

 

La sorte delle provette contenenti gli eluiti ottenuti dai reperti "33dattilo", "97F" e dalle unghie della vittima, "è stata quella di uno smaltimento collettivo, cioè effettuato unitamente alle provette di altri procedimenti penali". Gli eluiti dell'omicidio Poggi "furono alienati senza redigere uno specifico verbale, trattandosi di intermedi di lavorazione non assimilabili a reperti giudiziari. Pur in assenza di certezza circa la data di smaltimento, quest'ultima può essere stimata nella seconda metà del mese di settembre 2016, in quanto è stata rinvenuta documentazione fotografica di alcune fasi di tale procedura", che mostra il freezer in procinto di essere rimosso "dalla sua sede operativa il giorno 15 settembre 2016", cioè mesi dopo la sentenza definitiva che condannava Stasi a 16 anni di carcere per l'omicidio di Chiara Poggi. 

Le provette con gli estratti, si legge nelle osservazioni del Ris di Parma, "furono smaltite nelle settimane immediatamente successive, come visibile in alcuni scatti fotografici realizzati nelle giornate del 20 settembre 2016 e del 30 settembre 2016. Il dato oggettivamente dimostrabile è che gli eluiti tratti dai reperti dell'omicidio Poggi non sono più conservati presso questo Reparto e che lo stesso freezer che li conteneva, è stato dichiarato fuori uso con atto datato 29 novembre 2022". Lo smaltimento degli eluiti "avvenne dunque dopo la sentenza definitiva di condanna nel processo contro Alberto Stasi emessa il 12 dicembre 2015 dalla Corte di Cassazione".  

La difesa del condannato prova a puntare il dito contro il capitano del Ris di Parma Alberto Marino, secondo cui "comunque verranno conservati tutti gli eluiti delle tracce (Dna estratto) e messi successivamente a disposizione della autorità giudiziaria al termine di tutte le analisi", ma il colonnello Donghi precisa ai legali e alla Procura il senso di quella frase che "non poteva intendersi come un impegno a tempo indeterminato ma, piuttosto, da ritenere valido sino alla conclusione del procedimento penale con una Sentenza divenuta definitiva". E di tale intendimento "è risultata essere la stessa Corte d'Assise d'Appello di Milano che, in data 12 gennaio 2022, si pronunciava restituendo a Stasi alcuni reperti e rigettando comunque la richiesta della difesa di conservare tutti gli altri per future analisi, ritenendola solo ipotetica".  

Fonte: Adnkronos
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