Di Matteo contro la famiglia: una disputa per un milione di euro.

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Un intricato conflitto legale, che riemerge con forza a distanza di anni, contrappone Santino Di Matteo, ex collaboratore di giustizia, alla ex moglie Franca Castellese e al figlio Nicola, in relazione al risarcimento danni derivante dalla tragica scomparsa del piccolo Giuseppe Di Matteo, secondo figlio della coppia.
La vicenda, già gravata dal peso di una profonda ferita morale, si arricchisce ora di una disputa giudiziaria che investe un milione di euro, somma riconosciuta a seguito di una causa civile per l’omicidio del bambino.
La denuncia di Di Matteo, espresso in termini di profondo tradimento, si rivolge sia alle istituzioni che, a suo dire, non lo hanno adeguatamente tutelato, sia ai membri della sua stessa famiglia, escludendolo, a quanto pare, dalla fruizione del risarcimento.

Il contenzioso, in corso presso il tribunale civile di Palermo, si preannuncia complesso e doloroso, con una prossima udienza fissata per il mese di maggio.
La storia del piccolo Giuseppe Di Matteo rappresenta una delle pagine più oscure e cruente della storia di Cosa Nostra.

Il bambino, a soli tre anni, fu vittima di una strategia mafiosa volta a intimidire il padre e a dissuaderlo dalla collaborazione con la giustizia.

Il sequestro, protrattosi per quasi due anni e un mese (779 giorni), fu orchestrato dal boss Giovanni Brusca, che si avvalse di un’abile manipolazione psicologica.
I rapitori, presentandosi come agenti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), convinsero il bambino che il padre lo aspettava in un luogo sicuro, una località protetta a causa della sua nuova vita da collaboratore di giustizia.

La strategia mafiosa, tuttavia, si rivelò fallimentare: Di Matteo perseverò nel suo impegno a fornire informazioni agli investigatori, mentre il bambino, purtroppo, fu strangolato e il suo corpo fu fatto ricomparire dopo un lungo periodo, in una cisterna a San Giuseppe Jato.
Di Matteo, nel tentativo di giustificare le sue scelte e affrontare il tormento del padre, ha affermato di aver agito per garantire un futuro migliore ai suoi figli, una dichiarazione che evidenzia la profonda ambivalenza e il peso delle conseguenze che derivano dalla scelta di collaborare con la giustizia, quando questa decisione si rivela così devastante per l’innocenza di un bambino.
La vicenda solleva interrogativi profondi sulla responsabilità collettiva, il ruolo delle istituzioni e le cicatrici indelebili che la mafia lascia nelle vite di chi ne è vittima.

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