La recente sentenza emessa dalla Prima Sezione Civile del Tribunale di Treviso solleva complesse questioni di responsabilità genitoriale e di tutela del minore, incarnando un caso emblematico di applicazione, o ri-interpretazione, della *culpa in educando* disciplinata dall’articolo 2048 del Codice Civile.
La vicenda, che coinvolge un giovane imputato di violenza sessuale perpetrata ai danni di una bambina di dieci anni, ha visto i genitori del minore condannati al risarcimento danni in solido con l’agente materiale.
L’importo complessivo riconosciuto alla vittima e ai suoi genitori, che si attesta su una cifra superiore ai 130.000 euro, riflette la gravità del trauma subito e la ripercussione psicologica a lungo termine.
La decisione del Tribunale, pubblicata dal Corriere del Veneto, non si limita a stabilire la responsabilità economica, ma innesca un dibattito cruciale sul ruolo dell’educazione nella prevenzione di comportamenti devianti.
L’articolo 2048 del Codice Civile, che disciplina la responsabilità dei genitori per i danni cagionati dal figlio minore, è spesso invocato in casi di illecito, ma l’applicazione del principio della *culpa in educando* è sempre soggetta a un’attenta valutazione da parte del giudice.
Non si tratta di una responsabilità automatica; il giudice deve accertare se i genitori, pur nell’esercizio del potere genitoriale, abbiano trascurato o omesso obblighi fondamentali, se la mancanza di una adeguata educazione ha contribuito, in modo determinante, alla commissione del fatto.
La sentenza trevigiana, pertanto, sposta il focus sulla necessità di una formazione sessuale adeguata e preventiva nei figli.
Non si tratta semplicemente di fornire informazioni biologiche, ma di promuovere una cultura del rispetto, dell’empatia e della responsabilità, insegnando ai minori a riconoscere i confini personali e ad agire in modo eticamente corretto.
Si pone, quindi, una questione fondamentale: quale sia il limite tra il potere genitoriale, che attribuisce ai genitori il diritto-dovere di educare i figli, e la responsabilità per i danni causati da questi ultimi.
La sentenza del Tribunale di Treviso, pur nel suo specifico caso, si inserisce in un panorama legislativo e giurisprudenziale che richiede un’interpretazione sempre più attenta alla protezione dei minori e alla prevenzione di situazioni di abuso e violenza.
L’episodio solleva interrogativi sulla formazione dei genitori, sulla necessità di programmi di sensibilizzazione e supporto, e sulla responsabilità della comunità nel garantire un ambiente sicuro e protettivo per i bambini e le bambine.
La decisione giudiziaria, lungi dall’essere un mero atto formale, si configura come un monito a ripensare il ruolo dell’educazione e della prevenzione nella società contemporanea.





