Una ricerca innovativa, pubblicata nell’ambito dell’ *Italian Journal of Geosciences*, getta nuova luce sull’enigmatico passato dei Bronzi di Riace, alimentando l’ipotesi siciliana originariamente proposta dall’archeologo Robert Ross Holloway.
Lo studio, frutto di una complessa analisi multidisciplinare, suggerisce che le celebri statue non abbiano trascorso i secoli nei fondali di Riace, ma in un ambiente sottomarino significativamente diverso, più profondo e coerente con la costa ionica siciliana, in particolare l’area di Brucoli.
Il team di ricerca, composto da quindici esperti provenienti da diverse discipline – geologi, archeologi, storici, paleontologi, biologi marini, specialisti in leghe metalliche e archeologia subacquea, con un solido ancoraggio universitario in istituzioni come Catania, Ferrara, Cagliari, Bari, Pavia e Reggio Calabria – ha focalizzato l’indagine sull’analisi dettagliata delle patine di alterazione e del biota marino colonizzante le superfici delle statue.
Questa attenzione specifica si è rivelata cruciale per ricostruire le condizioni ambientali in cui le statue hanno trascorso secoli di immersione.
Le evidenze raccolte presentano un quadro complesso.
Sebbene l’analisi dei sedimenti e delle formazioni superficiali indichi un contatto con i fondali di Riace relativamente recente, databile a pochi mesi prima del ritrovamento nel 1972, la composizione delle patine e la presenza di determinate specie marine – in particolare serpulidi circalitorali, croste di coralligeno e patine di solfuro di rame – rivelano un’origine sottomarina profondamente differente.
Tali indicatori biologici e mineralogici sono tipici di ambienti abissali, caratterizzati da scarsa illuminazione, condizioni anaerobiche e profondità comprese tra i 70 e i 90 metri.
L’ipotesi siciliana, precedentemente avanzata, ipotizza che i Bronzi siano stati deliberatamente nascosti in acque profonde durante un trasferimento di opere d’arte provenienti da Siracusa, città caduta sotto il controllo romano nel 212 a.
C.
Successivamente, i manufatti sarebbero stati spostati in fondali più riparati, vicino a Riace, in attesa di essere venduti.
La novità principale di questa ricerca, sottolineata dagli studiosi Anselmo Madeddu e Rosolino Cirrincione, risiede nell’approccio sinergico e integrativo adottato.
Non si tratta di una semplice raccolta di dati, ma di una vera e propria sintesi di nuove scoperte e di consolidate evidenze scientifiche, integrate in un quadro interpretativo coerente e completo.
Questa prospettiva multidisciplinare permette di reinterpretare la storia delle statue, suggerendo un passato sottomarino più lungo e complesso di quanto si pensasse in precedenza, e rafforzando il legame con il contesto storico e geografico della Sicilia romana.
L’analisi, quindi, apre a nuove prospettive di ricerca e a un ripensamento delle origini e del percorso delle due straordinarie opere d’arte.





