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La Grazia: Sorrentino e Servillo tra politica, memoria e fede.

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Il rimpianto per una classe politica intesa come vocazione, piuttosto che come opportunità, permea il dibattito culturale contemporaneo.
Paolo Sorrentino, presentando il suo ultimo lavoro, “La grazia”, affiancato da Toni Servillo, Anna Ferzetti e Miriam Mariglia, esprime un sentimento di crisi politica condiviso da molti, un’incertezza che contrasta con l’apparente leggerezza del successo popolare, come quello riscosso da “Buen Camino” di Checco Zalone, che lui stesso, con umiltà, ammetterebbe di non saper gestire.
“La grazia” introduce Mariano De Santis (interpretato magistralmente da Servillo), un Presidente della Repubblica immaginario, vedovo, di fede cattolica, gravato dalle responsabilità di un incarico in prossimità della conclusione del mandato.
La narrazione si concentra su due delicate richieste di grazia legate all’eutanasia, momenti cruciali che amplificano un conflitto interiore, un perpetuo dialogo con la memoria della moglie scomparsa e con un dubbio irrisolto.

Sorrentino si affretta a negare qualsiasi ispirazione diretta in Sergio Mattarella, sottolineando come la figura di De Santis, pur riflettendo tratti comuni a molti Presidenti della Repubblica – una solida formazione giuridica, la fede cattolica, la presenza di una figlia – sia frutto di una creazione autonoma.

Il celebre ritornello del Presidente, “ho bisogno di ulteriore tempo di riflessione”, si rivela un commento acuto sulla superficialità e l’imprevedibilità delle decisioni politiche contemporanee, dove le smentite del giorno dopo sono diventate una prassi consolidata.
Toni Servillo, al suo settimo film con Sorrentino, descrive il personaggio come un uomo profondamente segnato dalla responsabilità, un’entità che intrattiene un continuo dialogo tra tempo, memoria e coscienza individuale.
La scelta di collocare questa complessità psicologica nella figura apicale dello Stato è, secondo l’attore, un espediente narrativo efficace per generare interrogativi profondi.

La forza interpretativa di Servillo, secondo Sorrentino, risiede in una potenza indefinibile, una dote rara tra gli attori, sia italiani che internazionali.
Servillo stesso esprime ammirazione per Sorrentino, definendolo uno sceneggiatore straordinario, un terreno fertile per la creatività dell’attore.
Anna Ferzetti, nel ruolo di Dorotea De Santis, evidenzia il profondo legame padre-figlia, un rapporto basato su una modalità singolare di comunicazione e affetto, espressa attraverso il linguaggio della legge.

Con un’appassionata speranza, Sorrentino lancia un invito rivolto alla classe politica: una visione de “La grazia” potrebbe stimolare una riflessione necessaria e profonda.

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