“À pied d’œuvre” di Valérie Donzelli, presentato alla Mostra di Venezia, si configura come un’analisi cruda e penetrante delle derive contemporanee del lavoro e della sua percezione sociale, partendo da una biografia autobiografica di Franck Courtes.
Il film, attraverso le vicende di Bastien Bouillon, ritrae un percorso di disillusione e spoliazione che trascende la mera crisi personale per diventare simbolo di una condizione diffusa.
Bastien, un fotografo affermato, abbandona un’esistenza confortevole, un matrimonio naufragato e la distanza dai figli, spinto da un’irrefrenabile vocazione alla scrittura.
Questa scelta, apparentemente un atto di liberazione, si rivela presto un’immersione in un abisso di precarietà economica e sociale.
Il film non si limita a mostrare la difficoltà intrinseca del percorso artistico, ma ne amplifica le implicazioni attraverso l’esperienza di un uomo costretto a reinventarsi in un mercato del lavoro digitalizzato e spietato.
La piattaforma online a cui si iscrive Bastien si rivela un microcosmo del capitalismo performativo: una giungla dove la competizione si traduce in un’implacabile svalutazione del lavoro e dove l’individuo è ridotto a una merce valutata da un giudizio pubblico, un voto che ne determina il valore e l’accesso a opportunità sempre più rare.
L’onestà e la disciplina, qualità intrinseche al processo creativo, si scontrano con la logica algoritmica che premia l’efficienza a discapito della dignità e della solidarietà.
Donzelli, co-sceneggiatrice insieme a Gilles Marchand, mira a restituire l’autenticità del percorso di Courtes, non come una storia di sventura personale, ma come una riflessione più ampia sul valore che attribuiamo alle passioni silenziose, alla perseveranza creativa, anche quando questa si scontra con la frustrazione e l’incertezza.
Il film interroga il significato del successo, svelandone la natura effimera e l’inconsistenza delle promesse che offre.
Courtes, autore dell’opera autobiografica che ha ispirato il film, sottolinea la drammatica realtà di un paese dove milioni di persone versano in condizioni di povertà, un disagio amplificato dalla mancanza di tutele e dalla disumanizzazione operata dagli algoritmi.
La scomparsa della solidarietà e la competizione feroce sono elementi chiave di un sistema che isola l’individuo e lo costringe ad accettare condizioni inaccettabili.
La celebre sentenza tratta dal libro di Courtes, che si rivela come un decalogo dello scrittore, è un monito disincantato: la pubblicazione non garantisce la lettura, la lettura non equivale all’amore, l’amore non conduce al successo e il successo non promette fortuna.
È un’affermazione che spoglia il percorso creativo delle sue illusioni e lo restituisce nella sua essenza più vulnerabile, ma anche più autentica: un atto di fede incondizionata, un bisogno imprescindibile di esprimersi, al di là di ogni promessa di riconoscimento o ricompensa.
Il film, pertanto, non è solo un ritratto di un uomo, ma un’allegoria della condizione dell’artista e, più in generale, dell’individuo nel mondo contemporaneo.