Philip Pullman conclude la saga di Lyra: un ultimo, sorprendente capitolo.

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A trent’anni dall’avvio di *Queste Oscure Materie* e a distanza di un decennio dalla nascita della trilogia *Il Libro della Polvere*, Philip Pullman conclude un capitolo fondamentale del suo immaginario letterario con *The Rose Field*, un romanzo che segna il punto esclamativo di un ciclo narrativo capace di aver conquistato un pubblico globale di oltre cinquanta milioni di lettori.
La saga di Lyra Belacqua, iniziata con *La Bussola d’Oro*, giunge a una conclusione che non si limita a risolvere le vicende dell’eroina, ma a offrire una riflessione complessa e stratificata sul significato dell’esistenza, della conoscenza e della libertà.

Fin dai primi volumi, i lettori hanno avuto modo di conoscere Lyra, una figura complessa e contraddittoria, caratterizzata da un coraggio innato, un’immaginazione fervida e un’audace propensione all’azione.
Accompagnata dal suo daemon, Pan, una proiezione animata della sua anima, Lyra si è trovata al centro di eventi cosmici, partecipando a una rilettura originale e sovversiva del mito della creazione, ispirata a *Paradiso Perduto* di Milton, dove il peccato originale non è condanna, ma possibilità di redenzione.

*La Lama Sottile*, *Il Cannocchiale d’Ambra* e *La Belle Sauvage* hanno approfondito l’ambientazione ossessionante di una Oxford distopica, tessendo un universo letterario ricco di simbolismi e allegorie.
*The Rose Field* riprende il filo della narrazione esattamente nel punto in cui si era interrotto, interrogandosi sul futuro di Lyra dopo aver contribuito a salvare l’universo: una giovane donna che, pur avendo compiuto gesta straordinarie, si trova di fronte all’inevitabile transizione verso l’età adulta.

La risposta, secondo l’autore, risiede nel bisogno intrinseco di esplorazione, di scoperta, di avventura.
Il nuovo romanzo, intriso di elementi fantastici come i grifoni egocentrici e avidi di oro, si configura come un manifesto di umanesimo e onestà intellettuale, una critica pungente verso le disuguaglianze sociali, la corruzione politica, lo sfruttamento della natura e l’abuso di potere da parte di istituzioni religiose.

La separazione tra Lyra e Pan simboleggia un percorso di crescita individuale, una ricerca interiore volta a recuperare l’immaginazione perduta, quel regno cruciale per la comprensione dei misteri del cuore e della mente.
Il Magisterium, espressione di un potere oppressivo, tenta di soffocare questa stessa immaginazione attraverso la disinformazione, la propaganda anti-scientifica e la violenza, instaurando un clima di paura e conformismo.

Philip Pullman, pur riluttante a riconoscere un parallelo diretto con gli eventi contemporanei, opera su molteplici livelli.

Oltre alla narrazione avvincente, si sviluppa un dialogo complesso con temi metafisici e intellettuali, arricchito da riferimenti a un vasto corpus di opere letterarie, scientifiche e filosofiche.
Se *Paradiso Perduto* ha rappresentato il pilastro ispiratore di *Queste Oscure Materie*, in questo ultimo capitolo emerge l’influenza significativa de *La Regina delle Fate* di Edmund Spenser, poema allegorico rinascimentale che offre un ricco repertorio di immagini e archetipi.

Impegnato ora nella stesura di un libro di memorie, Pullman ha espresso la soddisfazione di aver giunto a una conclusione per la storia di Lyra, svelando il mistero che l’ha animata fin dall’inizio: che cos’è l’immaginazione, perché è svanita? La risposta, inaspettata e profondamente significativa, rivela che l’immaginazione non è un mero esercizio di fantasia, ma una facoltà di *vedere*, un’abilità di interpretazione che fonde ricordi, somiglianze, metafore e connessioni tra le cose che percepiamo, illuminando la realtà con una luce nuova e inattesa.

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