Pompei, scoperto l'armadio dei ricordi: all'interno trucco, monete e un'antica collana
A volte, per raccontare una città scomparsa, basta aprire un armadio. A Pompei, però, quell’armadio è rimasto chiuso per quasi duemila anni, sigillato dalla catastrofe che nel 79 d.C. cancellò la vita ai piedi del Vesuvio. E quando gli archeologi ne hanno ricostruito il contenuto, non sono emersi soltanto oggetti antichi, ma frammenti di un’esistenza: strumenti per il trucco, profumi, utensili da cucina, monete e una collana di piccoli amuleti che potrebbe aver accompagnato l’infanzia di qualcuno. La scoperta è avvenuta nella casa IX 11, 7, attribuita con cautela a un personaggio chiamato Cornelius Maximus, nel cuore della città romana, lungo via dell’Abbondanza, una delle arterie più frequentate dell’antica Pompei. Un luogo che restituisce, attraverso gli oggetti rimasti al loro posto, un’immagine concreta della vita quotidiana alla vigilia della distruzione. Non c’è la monumentalità di una statua o lo splendore di un affresco. C’è qualcosa di più intimo: il tentativo di ricostruire la giornata di chi abitava quelle stanze, le sue abitudini, il lavoro, gli oggetti ai quali attribuiva un valore che andava ben oltre il prezzo.
Tra i reperti recuperati figurano una pinzetta e uno strumento utilizzato per preparare o stemperare sostanze cosmetiche, un balsamario di vetro e un bruciaprofumi. Accanto, una lucerna di bronzo, necessaria per illuminare gli ambienti, e pesi di piombo che potrebbero essere stati impiegati in un’attività commerciale di vendita. Questi ultimi erano conservati in una piccola cassettina lignea, della quale restano soltanto tracce. È un inventario che attraversa diverse dimensioni della vita domestica. Da una parte la cura del corpo e il desiderio di rendere più gradevole l’ambiente della casa; dall’altra, gli strumenti di un’attività economica che probabilmente si svolgeva tra le mura dell’abitazione o nelle sue immediate vicinanze. Vasi e pentole di bronzo, vetro e ceramica completano il quadro. Sono oggetti comuni, eppure non necessariamente privi di una storia personale. Tra questi spicca un raffinato boccalino decorato con scaglie di pigna, un dettaglio che lascia intravedere la varietà degli oggetti che accompagnavano la quotidianità pompeiana.
Ma è soprattutto una collana a suggerire che, in quell’armadio, non tutto fosse destinato a un impiego pratico. Almeno ventiquattro piccoli elementi compongono una collana realizzata con materiali diversi: faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Sono oggetti minuti, tutti provvisti di un foro per essere appesi, che raffigurano divinità — tra cui si riconoscono Bes e Mercurio — ma anche mani, piedi, pigne e grappoli. Per lungo tempo, oggetti di questo tipo sono stati talvolta interpretati come strumenti legati a pratiche magiche, fatture o filtri. Gli studiosi li riconducono invece alla categoria dei crepundia, termine latino che significa letteralmente «sonagli». Erano collane di amuleti affidate ai bambini, con una duplice funzione: proteggerli attraverso immagini e simboli ritenuti efficaci e permettere agli adulti di percepirne i movimenti grazie al rumore prodotto dagli elementi appesi. Il ritrovamento apre così una finestra su un ricordo che potrebbe aver attraversato gli anni. Gli amuleti venivano talvolta conservati anche in età adulta, riposti in sacchetti o piccoli contenitori, come testimonianze materiali di un’infanzia lontana. In un mondo caratterizzato da una forte mobilità geografica, questo genere di oggetti poteva assumere un significato particolare. Schiavi, lavoratori e commercianti si spostavano da una città all’altra, spesso lontano dai familiari e dai luoghi d’origine. Un oggetto dell’infanzia poteva diventare, in queste circostanze, un legame concreto con una vita precedente. Non sappiamo a chi appartenesse la collana ritrovata a Pompei, né se fosse stata indossata dalla persona che la custodiva. Ma la sua presenza nell’armadio rende plausibile l’ipotesi di un valore affettivo, accanto a quello protettivo attribuito agli amuleti.
Tra i reperti c’è anche un piccolo tesoro: trentotto monete, tutte di bronzo, conservate in una cistella, un contenitore intrecciato con materiale vegetale. Le analisi hanno permesso di studiarne i resti, restituendo informazioni anche sulle tecniche utilizzate per realizzarlo. Le monete rappresentano un altro tassello importante. Il loro mancato recupero, insieme agli altri oggetti custoditi nell’armadio, suggerisce che chi abitava la casa non abbia avuto il tempo di metterli in salvo, oppure non sia più riuscito a tornare.
Che cosa accadde agli abitanti durante l’eruzione? La risposta resta aperta. Se si trovavano in città quando il Vesuvio entrò in attività, potrebbero aver tentato la fuga. Se riuscirono a sopravvivere, forse non tornarono mai a Pompei. Altri, in circostanze diverse, tentarono di recuperare i propri beni scavando tra i depositi vulcanici, come dimostrano tracce emerse da indagini archeologiche più recenti. Ma esiste anche la possibilità più tragica: che i proprietari siano morti durante la catastrofe, senza lasciare eredi. Lo storico Tacito ricorda, in relazione alla sorte dei beni delle vittime, l’ipotesi di una loro destinazione alla rifondazione di Pompei, progetto che non si realizzò. Le trentotto monete, dunque, non raccontano soltanto un patrimonio rimasto nascosto. Raccontano soprattutto un’interruzione: qualcuno le aveva messe da parte e non è più tornato a prenderle.
La scoperta contribuisce anche a chiarire la storia dell’edificio. La facciata della casa, attribuita dubitativamente a Cornelius Maximus sulla base di iscrizioni oggi non più visibili, era stata scavata già nel 1912. Soltanto adesso, nell’ambito del progetto di restauro e miglioramento dell’accessibilità della vicina Insula dei Casti Amanti, gli archeologi hanno potuto indagare una parte degli ambienti retrostanti. La conoscenza della dimora rimane parziale, ma alcuni elementi consentono di delinearne il contesto. Le raffinate pitture parietali di quarto stile dell’ambiente in cui si trovava l’armadio sono attribuibili alla bottega di via di Castricio. La qualità delle decorazioni suggerisce un certo livello economico, coerente con la posizione centrale dell’abitazione, affacciata su una delle principali strade della città. Eppure, al momento dell’eruzione, la casa non doveva essere un ambiente del tutto tranquillo. Gli scavi hanno documentato lavori in corso, destinati a incidere sulla normale vivibilità degli spazi. A completare il quadro sono arrivati anche reperti meno nobili, ma altrettanto significativi: gli scheletri di almeno due topi, rinvenuti all’interno di un’anfora collocata su un soppalco. Le analisi del laboratorio del Parco archeologico indicano che i roditori appartenevano verosimilmente al genere Apodemus sylvaticus, noto come topo selvatico. I due esemplari erano giovani e non avevano ancora raggiunto la piena maturità. I loro resti sono stati ricostruiti a partire da 117 minuscoli frammenti scheletrici. Questi animali frequentano normalmente ambienti naturali e giardini, ma possono introdursi nelle abitazioni, soprattutto nei sottotetti e nei luoghi utilizzati per conservare le provviste. La loro presenza documenta una realtà quotidiana spesso trascurata nei racconti della Pompei antica: anche una città vivace e articolata doveva fare i conti con infestazioni e ospiti indesiderati. «Pompei non è soltanto un luogo di grandi opere d’arte: è anche un luogo in cui gli oggetti più comuni restituiscono la dimensione umana del passato. Il valore di questa scoperta sta nella possibilità di leggere insieme le diverse tracce di una vita: le abitudini personali, il lavoro, i ricordi. Non possiamo ricostruire con certezza l’identità di chi abitava la casa, ma questi frammenti ci avvicinano alla sua quotidianità», dichiara il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel. (di Paolo Martini)




