Il recente intervento del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Emilia-Romagna, che ha disposto l’annullamento di “Bologna 30”, solleva questioni cruciali sul delicato equilibrio tra sicurezza urbana, mobilità sostenibile e rispetto dei diritti dei cittadini.
La decisione, lungi dall’essere un semplice atto giudiziario, si pone come punto di riflessione sull’applicazione concreta del nuovo Codice della Strada e sulle modalità con cui le amministrazioni locali declinano le politiche di gestione del traffico.
L’introduzione del nuovo Codice della Strada, avvenuta un anno fa, testimoniava un’intenzione chiara: rafforzare la sicurezza stradale.
Tuttavia, l’efficacia di tali misure non risiede unicamente nell’adozione di regole rigide, ma nella loro interpretazione e applicazione ponderata, orientata al bene comune.
L’esperienza di “Bologna 30” evidenzia come un approccio ideologico, privo di una reale contestualizzazione e di un’analisi approfondita degli impatti socio-economici, possa generare conseguenze indesiderate, minando la fiducia dei cittadini e snaturando l’essenza stessa delle Zone 30.
Le Zone 30, originariamente concepite come strumenti di protezione di aree particolarmente vulnerabili – residenziali, scolastiche, ospedaliere – rischiavano, con la formulazione originaria della normativa bolognese, di trasformarsi in una generalizzata restrizione alla mobilità, penalizzando non solo i residenti, ma anche le attività commerciali e l’intera economia locale.
La rigidità eccessiva, l’assenza di deroghe e la difficoltà di accesso per i mezzi pubblici e per i servizi essenziali hanno generato un senso di frustrazione e ingiustizia, erodendo il consenso nei confronti dell’amministrazione.
La sentenza del Tar, pertanto, non deve essere interpretata come un rifiuto del principio della sicurezza stradale, bensì come un invito a ripensare il modo in cui si implementano le politiche di mobilità urbana.
È necessario abbandonare un approccio top-down, basato su imposizioni dall’alto, a favore di un modello partecipativo, che coinvolga attivamente i cittadini, le associazioni di quartiere e gli operatori economici.
Si rende urgente una revisione complessiva delle Zone 30, che tenga conto delle specificità territoriali, delle esigenze dei diversi utenti della strada e dei principi fondamentali del diritto alla mobilità.
Un approccio equilibrato dovrebbe prevedere:* Deroghe mirate: per i mezzi pubblici, i veicoli di soccorso e per le attività commerciali che necessitano di accesso per la consegna di merci.
* Sperimentazione: l’introduzione di nuove limitazioni di velocità dovrebbe essere preceduta da periodi di sperimentazione, durante i quali si raccolgono dati e si valuta l’impatto reale sulle condizioni di sicurezza e sulla qualità della vita.
* Monitoraggio continuo: la performance delle Zone 30 deve essere costantemente monitorata, al fine di apportare eventuali correzioni e miglioramenti.
* Sensibilizzazione: è fondamentale promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte a tutti gli utenti della strada, al fine di favorire comportamenti responsabili e rispettosi delle regole.
La decisione del Tar dell’Emilia-Romagna rappresenta un’opportunità per avviare un dibattito costruttivo e per costruire un modello di mobilità urbana più equo, efficiente e sostenibile, che metta al centro la sicurezza dei cittadini, senza comprometterne i diritti e la libertà di movimento.







