Maria Concetta Riina, figlia del defunto boss mafioso Totò Riina, si è costituita volontariamente presso la caserma dei Carabinieri di Villagrazia, in prossimità di Palermo.
Questo gesto segna l’esecuzione di una misura cautelare in carcere, disposta dal Tribunale del Riesame di Firenze e confermata dalla Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso presentato dalla donna e dal suo avvocato.
L’arresto, inizialmente non disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari, si inserisce nell’ambito di un’indagine complessa condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia fiorentina, che getta nuova luce su dinamiche di estorsione e intimidazione perpetrate a danno di imprenditori toscani.
L’indagine, che si è sviluppata nel corso dei mesi, ha portato alla luce un quadro preoccupante: Maria Concetta Riina, in concorso con il marito, già detenuto per un’altra accusa – una sofisticata truffa ai danni di ignari investitori – avrebbe esercitato pressioni estorsive nei confronti di due attività commerciali situate in Toscana.
Le richieste di denaro, secondo l’accusa, erano accompagnate da minacce velate, ma di chiara interpretazione, volte a generare un clima di paura e costringere le vittime a cedere alle loro richieste.
La gravità delle accuse risiede non solo nella reiterata violazione delle leggi penali, ma anche nella profonda eco che la figura del padre, Totò Riina, leader indiscusso di Cosa nostra per decenni, proietta su queste azioni.
L’indagine fiorentina, supportata da complesse attività di intercettazioni telefoniche e ambientali, ha ricostruito un modus operandi preciso, che evidenzia come, anche a distanza di anni dalla condanna e dalla morte del padre, la famiglia Riina continui a rappresentare un elemento di pressione e di pericolo per l’economia legale.
Il Riesame, accogliendo le richieste della DDA, ha sottolineato la sussistenza del pericolo di fuga e di inquinamento probatorio, elementi imprescindibili per la giustificazione della custodia cautelare.
La vicenda solleva interrogativi significativi sulla persistenza di reticoli di potere mafioso e sulla necessità di una vigilanza costante per contrastare le attività illecite che ne derivano, anche in contesti geografici apparentemente lontani dai tradizionali feudi della criminalità organizzata.
L’esecuzione della custodia cautelare segna un capitolo importante nella lotta alla mafia, rafforzando il messaggio che nessun privilegio, né familiare, né di altro genere, può giustificare la commissione di reati.








