L’inchiesta della Procura della Repubblica di Massa Carrara ha concluso le indagini preliminari riguardanti l’occupazione dei binari ferroviari alla stazione di Massa, avvenuta il 3 ottobre scorso durante un corteo pro Palestina, in concomitanza con uno sciopero generale.
La platea degli indagati si estende a 37 persone, comprendendo figure sindacali, esponenti della società civile e giovani attivisti.
La CGIL Toscana ha espresso forte disappunto per l’orientamento assunto dall’inchiesta, denunciando una potenziale deriva che equipara il dissenso sociale e politico a una questione di ordine pubblico, trasformando un atto di protesta in una potenziale azione penalmente sanzionabile.
La centrale sindacale annuncia l’intenzione di avviare valutazioni e azioni legali, sia sul piano politico che giudiziario, a tutela dei diritti degli indagati e della libertà di manifestazione costituzionalmente garantita.
Le accuse contestate agli indagati, in concorso tra loro, includono l’interruzione del servizio ferroviario pubblico, l’ostacolo alla circolazione dei treni e la compromissione dello svolgimento della manifestazione, con conseguenti disagi significativi per il traffico ferroviario regionale sulla tratta Pisa-La Spezia.
Precedentemente, alcuni degli indagati erano stati sanzionati dalla Polfer con multe di circa 300 euro per violazioni amministrative relative agli stessi fatti.
La CGIL Toscana ribadisce con preoccupazione che si stia ledendo una manifestazione pacifica, priva di violenza, danni o rischi per l’ordine pubblico.
L’azione di protesta, partecipata da diverse fasce d’età e categorie sociali, ha rappresentato l’esercizio di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana: la libertà di manifestare, riunirsi e esprimere il proprio pensiero in risposta alla grave crisi umanitaria in corso a Gaza, in un contesto, peraltro, in cui il traffico ferroviario era già sospeso.
Nicola Del Vecchio, segretario della CGIL di Massa Carrara, critica aspramente l’azione della Procura, denunciando l’applicazione sistematica del cosiddetto “diritto penale del dissenso”, un insieme di norme che limitano l’esercizio delle libertà costituzionali attraverso la criminalizzazione delle forme di opposizione.
Del Vecchio sottolinea l’assenza di scontri, danneggiamenti o effettivo blocco ferroviario, dato che i treni non circolavano già da ore.
Nonostante ciò, l’utilizzo di tre diverse norme per incriminare un’unica azione appare sproporzionato.
L’inchiesta si avvale anche del nuovo reato di blocco ferroviario introdotto dal decreto sicurezza 48/25, una norma che ha suscitato forti riserve di legittimità costituzionale da parte di giuristi di spicco, sollevando interrogativi sulla proporzionalità e sulla potenziale lesione dei diritti fondamentali di espressione e di protesta.
L’azione della Procura appare quindi particolarmente problematica, data la sua potenziale capacità di creare un effetto deterrente nei confronti delle manifestazioni pubbliche e di limitare lo spazio per l’esercizio delle libertà democratiche.






