Il gesto di Zubin Mehta, maestro indiano di fama mondiale, trascende la mera rinuncia a impegni artistici; si configura come una dichiarazione morale profonda e un atto di resistenza culturale.
La cancellazione, con un peso emotivo considerevole, di dieci rappresentazioni de “Aida” e di un ciclo di concerti sinfonici con l’Israel Philharmonic Orchestra, che ha accompagnato per mezzo secolo, non è un distacco casuale, ma una risposta diretta e pubblica alla politica del premier israeliano Netanyahu.
Questa decisione, comunicata a Mumbai e ripresa da India Today, testimonia un disagio che si è sedimentato nel tempo, culminando in un rifiuto di silenziosa complicità.
Il maestro Mehta, figura cardine nella storia musicale del Novecento, non ha esitato a esprimere pubblicamente le proprie preoccupazioni, un atto di coraggio che lo pone al di sopra degli interessi di immagine e delle convenzioni diplomatiche.
La sua scelta non implica una rinuncia al legame con la cultura israeliana, anzi.
Il maestro mantiene con fermezza i suoi impegni con la West Eastern Diwan Orchestra, un progetto nato dalla visione condivisa con il compianto Daniel Barenboim, un’orchestra unica nel suo genere che riunisce musicisti israeliani e palestinesi, abbattendo barriere e promuovendo un dialogo costruttivo attraverso la musica.
Il tour imminente, che toccherà Spagna, Italia e Austria, rappresenta un faro di speranza e un simbolo di coesistenza pacifica in un contesto geopolitico complesso.
Mehta, con un’onestà disarmante, ha espresso il proprio augurio che Netanyahu non venga rieletto, pur manifestando cautela riguardo alle probabilità di tale esito, vista l’appoggio del presidente Trump.
La sua posizione si configura come un monito, un appello alla responsabilità e alla ricerca di soluzioni pacifiche che superino le logiche di conflitto.
Il maestro, ora concentrato sulla performance del 21 gennaio a Firenze con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, ha chiuso le comunicazioni, lasciando chiaramente intendere che la sua decisione è irrevocabile e motivata da principi etici profondi, un gesto che risuona con forza nel panorama culturale mondiale, elevando la musica a veicolo di messaggio politico e umano.
La sua scelta non è un addio, ma un segnale – un’affermazione del potere della musica come strumento di cambiamento e di speranza.







