Nel cuore del Natale, l’arcivescovo di Firenze, monsignor Gherardo Gambelli, ha annunciato un gesto di profonda vicinanza: la celebrazione della Messa del 25 dicembre all’interno della casa circondariale di Solliciano.
Un atto non solo formale, ma un’espressione tangibile di presenza e di un messaggio di speranza rivolto a una comunità spesso marginalizzata, segnata da esperienze di profonda sofferenza, acuite dai recenti tragici eventi che ne hanno testimoniato la vulnerabilità.
La scelta di celebrare la Messa in un contesto carcerario si inserisce nel contesto del Giubileo della Speranza, un’occasione per riflettere sul significato di inclusione e perdono.
Monsignor Gambelli ha sottolineato come la pace autentica non possa esistere senza un’attenzione concreta verso coloro che hanno commesso errori, individui che, pur dovendo rispondere delle proprie azioni, necessitano di un percorso di riabilitazione e reinserimento sociale che vada al di là della mera detenzione.
L’arcivescovo ha poi sollevato una questione cruciale, offrendo un’analisi spietata e coraggiosa delle attuali politiche penali.
Le statistiche sulla recidiva, che superano il 75%, rivelano una profonda inefficacia del sistema, una situazione che, in qualsiasi altro ambito, porterebbe alla revisione radicale o addirittura alla chiusura dell’istituzione stessa.
L’esempio del carcere di Bollate, dove un ristorante gestito dai detenuti ha ridotto la recidiva al 20%, offre un modello concreto di cambiamento, dimostrando che l’approccio all’interno delle carceri può e deve essere innovativo.
La reticenza a modificare radicalmente l’approccio alla pena, secondo monsignor Gambelli, è frutto di una “pigrizia mentale”, di una tendenza a cercare soluzioni superficiali, come l’aumento delle detenzioni, per risolvere problemi complessi come la sicurezza sociale.
Si tratta di un’illusione, poiché l’esperienza dimostra che l’isolamento non porta a una vera riabilitazione.
È necessario un cambio di paradigma, un ripensamento profondo del ruolo del carcere e della società nei confronti dei detenuti.
Non basta costruire nuove strutture o replicare modelli fallimentari; è fondamentale cambiare la mentalità, riconoscere la dignità di ogni individuo e offrire opportunità di redenzione.
Ignorare le esigenze di questi uomini e donne significa, in ultima analisi, disinteressarsi del benessere della società nel suo complesso, soffocando i problemi sotto un tappeto di indifferenza, alimentando un circolo vizioso di marginalizzazione e recidiva.
Il Natale, in questo contesto, si rivela un invito pressante alla riflessione e all’azione, un appello alla speranza e alla riconciliazione.

