Il settore della pizza, pilastro incontrastato dell’economia italiana, genera un valore annuale stimato in 15 miliardi di euro.
Questa cifra, presentata in concomitanza con il World Pizza Day e resa pubblica a Roma dall’Osservatorio Socio-Economico della Pizza Napoletana, offre uno sguardo approfondito su un comparto in continua evoluzione.
L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, il Cnr-Dsu, l’Associazione Verace Pizza Napoletana e Fipe Confcommercio Regione Campania, mira a quantificare e analizzare l’impatto economico, sociale e culturale di un’eccellenza gastronomica riconosciuta a livello globale.
Il comparto è caratterizzato da una rete capillare di oltre 50.000 pizzerie, che impiegano più di 300.000 professionisti e sfornano un impressionante numero di pizze – oltre 8 milioni – ogni giorno.
Questa produzione costante non solo alimenta il mercato interno, ma contribuisce significativamente all’immagine del Made in Italy nel mondo, esportando cultura e tradizione attraverso un piatto semplice ma iconico.
Un’analisi dettagliata del prezzo della pizza Margherita, considerato un indicatore di riferimento per il settore, rivela una variabilità territoriale significativa.
Il costo medio nazionale si attesta a 7,04 euro, con differenze che riflettono le dinamiche locali: a Napoli, città simbolo della pizza, la Margherita costa 6,74 euro, mentre al Sud il prezzo medio è di 6,72 euro.
Al Centro la spesa sale a 7,46 euro, mentre al Nord raggiunge i 7,66 euro.
Per misurare questa variazione, è stato elaborato l’Indice Pizza Napoletana Margherita (Ipnm), che confronta i prezzi con quelli di Napoli.
Questo indice evidenzia come, nonostante gli aumenti esponenziali dei costi delle materie prime, in particolare della mozzarella e dell’olio extravergine d’oliva – fattori critici per la qualità del prodotto – il prezzo della Margherita abbia subito solo un incremento marginale.
Questa tenuta riflette la capacità del settore di assorbire, in parte, l’aumento dei costi, preservando l’accessibilità e il carattere democratico di un piatto che rappresenta un elemento fondamentale del patrimonio culturale italiano.
L’indagine ha inoltre rilevato come l’aumento dei prezzi sia stato percepito in modo diverso tra gli operatori: una percentuale significativa (31,30%) ha registrato aumenti compresi tra 0,01 e 0,50 euro, mentre il 22,90% ha applicato ricarichi tra 0,51 e 1 euro, e l’11,50% tra 1,01 e 1,50 euro.
Un dato incoraggiante è che quasi il 14,60% degli intervistati non ha modificato i propri prezzi.
Un aspetto cruciale dell’analisi riguarda il ruolo delle donne nel settore.
Sebbene la presenza femminile sia significativa nella proprietà (38,5%) e nella gestione della sala (50,5%), la figura della pizzaiola rimane ancora un’eccezione, rappresentando solo il 2% del personale.
Questa disparità suggerisce un potenziale inespresso e invita a promuovere una maggiore inclusione e opportunità per le donne nel cuore della tradizione pizzaiola, incentivandone l’accesso a formazione e competenze specifiche.
L’osservatorio si impegna a monitorare l’evoluzione di questo dato, riconoscendone l’importanza per una rappresentazione più equa e inclusiva del settore.



