Il barbiere Giuseppe Vadalà, 53 anni, ha ricevuto una condanna a sette anni e un mese di reclusione, emessa in abbreviato dal Tribunale di Genova, per l’efferato aggressione a colpi di arma da fuoco perpetrata il 28 febbraio a Castiglione Chiavarese.
La decisione, pronunciata dalla giudice Alice Serra, pone fine a un procedimento tormentato, nato da una spirale di dispute territoriali che hanno avvelenato i rapporti tra i due uomini.
La vicenda, che ha profondamente scosso la tranquilla comunità locale, affonda le sue radici in complesse questioni agrarie e di proprietà.
L’episodio si è consumato in località Monte Pu, un’area di pregio agricolo nel comune di Castiglione Chiavarese, dove il figlio di Vadalà aveva precedentemente acquisito da Matteo Bo, imprenditore edile di 52 anni, una porzione di terreno edificabile, destinata all’installazione di un allevamento bovino.
Questa operazione immobiliare, lungi dal generare prosperità, si è rivelata il preludio a un conflitto latente, esacerbato da anni di tensioni e recriminazioni riguardanti i confini delle proprietà e la gestione delle risorse naturali.
La mattina dell’aggressione, una discussione banale è degenerata in un violento scontro.
Vadalà, in un impeto di rabbia, ha fatto fuoco con una pistola calibro 38, ferendo gravemente Bo.
Immediatamente dopo, il barbiere si è dato alla fuga, venendo rintracciato e arrestato dopo un paio d’ore grazie all’operato dei Carabinieri.
Durante il processo, la pubblica accusa, rappresentata dalla procuratrice Daniela Pischetola, aveva inizialmente richiesto una condanna a sei anni e otto mesi.
La sentenza definitiva ha considerato sia le attenuanti generiche, riconoscendo la presenza di elementi umanizzanti nel comportamento dell’aggressore, sia l’aggravante dei futili motivi, sottolineando la sproporzione tra la gravità del gesto e la natura banale della contesa.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Angelo Paone, ha annunciato l’intenzione di valutare la possibilità di presentare appello, nel tentativo di ridurre la pena inflitta.
Presente in aula anche l’avvocato Giovanni Beverini, legale di Matteo Bo, che ha assistito all’udienza, testimone silenzioso di un dramma personale e comunitario.
L’episodio solleva interrogativi significativi sulla gestione delle controversie territoriali, sulla fragilità dei rapporti di vicinato e sulla necessità di strumenti di mediazione e conciliazione per prevenire l’escalation della violenza, soprattutto in contesti sociali caratterizzati da una crescente polarizzazione e da una diffusa percezione di ingiustizia.
L’inclusione di Vadalà in un regime di detenzione, seppur mitigato da possibili benefici penitenziari, rappresenta un fallimento nell’elaborazione di una soluzione pacifica e duratura.

