Nel complesso processo per la tragedia del Ponte Morandi, crollato il 14 agosto 2018, emergono elementi cruciali riguardanti il ruolo e le responsabilità di figure chiave all’interno di Autostrade per l’Italia (Aspi).
Mario Bergamo, ex dirigente con la significativa responsabilità di supervisionare sicurezza e manutenzione dal gennaio 2015 all’aprile 2016, si è trovato al centro di un acceso dibattito.
Gli avvocati Federico Fontana ed Erminio Marini, nella loro requisitoria, hanno sollevato dubbi sulla sua effettiva conoscenza dei report relativi alle opere infrastrutturali.
La posizione di Bergamo, apicale e con la direzione di tronco subordinata, suggeriva un quadro di visibilità completa, messa in discussione dalla ricostruzione dei fatti.
L’accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Marco Airoldi e Walter Cotugno, aveva richiesto una condanna a quattro anni e sei mesi, riflettendo una valutazione delle sue responsabilità.
Tuttavia, la difesa ha presentato un’interpretazione alternativa, sostenendo che Bergamo, una volta venuto a conoscenza delle problematiche strutturali del Ponte Morandi – il cosiddetto “Polcevera” – si sia prontamente attivato per avviare un’istruttoria volta al progetto di rinforzo (retrofitting) delle pile 9 e 10.
Questa azione includeva l’incarico al Cesi (Centro Studi e Monitoraggio Infrastrutture) per effettuare un monitoraggio strutturale, evidenziando un presunto impegno verso la sicurezza.
Durante l’esame a processo, lo stesso Bergamo ha ribadito di essere stato rassicurato riguardo la stabilità del ponte.
Secondo le informazioni che gli erano state fornite, le prove riflettometriche indicavano un degrado lento dei cavi degli stralli, ma il coefficiente di sicurezza risultava essere superiore al doppio dei requisiti normativi.
Questa affermazione introduce un elemento di fiducia nella valutazione tecnica dell’epoca, una fiducia che, con il tragico crollo, si è rivelata fatale.
Un aspetto cruciale discusso in aula riguarda la presunta politica di riduzione dei costi implementata all’interno di Aspi.
La difesa ha insistito che Bergamo non fosse coinvolto in tale politica e che la minimizzazione dei costi non fosse mai stato un suo obiettivo primario.
Questa argomentazione mira a distanziarlo da decisioni che, in retrospettiva, potrebbero aver compromesso la sicurezza del Ponte Morandi.
Il processo, pertanto, non si limita a stabilire la responsabilità individuale, ma esplora un contesto di scelte gestionali e priorità aziendali che hanno contribuito alla tragedia.
La ricostruzione degli eventi pone interrogativi complessi sulla catena di responsabilità, la comunicazione interna e l’effettiva implementazione dei protocolli di sicurezza.

