La ricostruzione di una vita, fragile e segnata da un abisso di dolore, si infrange contro una nuova, inattesa, ingiustizia.
Stefano Diamante, uscito di prigione dopo aver scontato un lungo periodo detentivo per l’omicidio della madre, Silvana Petrucci, si è visto privato dei proventi di un’eredità paterna, trentacinque milioni di euro, gestita da un commercialista genovese.
Un atto che ora è oggetto di indagine per peculato, aprendo un nuovo capitolo in una vicenda già profondamente traumatica.
L’omicidio di Silvana Petrucci, avvenuto nell’ottobre del 1999, fu il tragico epilogo di un inganno costruito attorno a un’illusione.
Stefano, allora studente di Informatica, aveva convinto la madre di essere vicino al conseguimento della laurea, una menzogna che la donna aveva creduto e per la quale aveva preparato un regalo.
La verità, celata dietro una serata a base di sostanze stupefacenti e una disperata volontà di evitare il confronto, esplose in un atto di violenza brutale, consumato con una roncola.
La confessione, inizialmente mascherata da una falsa narrazione di rapina, rivelò la verità sconcertante.
La sentenza definitiva, emessa dalla Corte di Cassazione nel 2003, confermò la condanna a trent’anni di reclusione, respingendo la tesi di incapacità di intendere e volere che aveva caratterizzato il primo grado.
L’accusa di omicidio volontario premeditato, aggravato dal legame di parentela con la vittima e motivato da futili ragioni, fu accolta, delineando un quadro di responsabilità penale inequivocabile.
Dopo una prima fase di libertà, con il tentativo di ricostruire un’esistenza attraverso l’apertura di una trattoria e il riavvicinamento al padre, medico del lavoro, Stefano tornò in carcere per scontare la pena.
La morte del padre, avvenuta nel 2011, rappresentò un’ulteriore perdita in un percorso già segnato da irreparabili ferite.
L’eredità paterna, erogata in un momento cruciale per la reinserimento sociale di Diamante, era destinata a fornire una base economica per un futuro al di fuori delle sbarre.
La sottrazione di questi fondi, compiuta dal commercialista, non solo depriva il condannato di un supporto fondamentale, ma solleva interrogativi profondi sulla gestione dei beni e sulla responsabilità professionale.
L’indagine in corso mira a far luce su questo nuovo episodio, sperando in una giustizia che possa finalmente offrire a Stefano Diamante una possibilità concreta di redenzione, anche se segnata da un passato irrimediabilmente gravato dal peso di un atto incommensurabile.
L’accusa di peculato, se confermata, aggiungerebbe un ulteriore tassello a una vicenda che incarna la fragilità umana, le sue illusioni, i suoi errori e la difficoltà, spesso, di trovare un vero e proprio riscatto.

