Sanremo, campana anti-aborto: scintilla di protesta e diritti al centro

La recente installazione di una campana a Sanremo, concepita come monito contro l’aborto e promossa dal vescovo Antonio Suetta, ha innescato un acceso dibattito e una vibrante manifestazione che ha riempito piazza Colombo.

L’evento, che ha visto la convergenza di diverse realtà politiche e associative – da OD (Organizzazione Democratica) a Giovani Democratici, passando per Mia Arcigay e Radicali Italiani – ha espresso un profondo dissenso verso un gesto percepito come un’intromissione in una questione cruciale per l’autonomia femminile e la libertà di scelta.

Gli slogan esposti, lapidari e diretti – “Niente utero, niente opinioni,” “Grazie a Dio c’è l’aborto” – rivelano una frattura profonda tra le posizioni in campo.
Si tratta di una risposta corale a un’iniziativa che, agli occhi dei manifestanti, non rappresenta un atto di pietà o di compassione, bensì una forma di pressione sociale e ideologica volta a delegittimare una decisione profondamente personale e spesso dolorosa.

Giulia Casalino, portavoce di Break the silence, ha espresso con chiarezza le richieste del movimento: la cessazione immediata del rintocco della campana, un accesso facilitato e gratuito ai consultori, la soppressione dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario e l’introduzione di servizi di interruzione volontaria di gravidanza (IVG) farmacologica diffusi e accessibili.

Queste richieste non si limitano a una critica dell’azione del vescovo, ma si traducono in un’esigenza concreta di rafforzamento dei diritti riproduttivi delle donne.
Filippo Blengino, segretario dei Radicali Italiani, ha sottolineato l’importanza di difendere il diritto di espressione di tutte le voci, pur contestando con forza l’imposizione di valori e scelte attraverso l’uso di simboli religiosi.

La campana, lungi dall’essere un invito alla preghiera, è interpretata come un tentativo di intimidazione nei confronti di chi esercita un diritto costituzionalmente garantito dalla legge 194.

La deputata Valentina Ghio (Pd) ha utilizzato un linguaggio particolarmente incisivo, definendo la campana un “atto di giudizio” che esercita “pressione psicologica” sulle donne e strumentalizza il loro corpo per fini ideologici.
La legge 194, pilastro della legislazione italiana in materia di salute riproduttiva, viene così indirettamente attaccata, e la complessità della decisione di abortire – spesso il risultato di circostanze difficili e dolorose – viene banalizzata, ridotta a una “battaglia ideologica” anziché riconosciuta come una scelta di libertà individuale.

La dignità della donna e la sua autonomia decisionale sono al centro del dibattito, in un contesto sociale che necessita di un ripensamento profondo dei valori e dei diritti.

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