*Il Trovatore*: Ritorno al Carlo Felice, tra pubblico e passioni verdiane.

Un’aria di attesa, quasi di sorpresa, ha accompagnato la ripresa della stagione lirica al Teatro Carlo Felice di Genova con *Il trovatore* di Giuseppe Verdi.
L’assenza di un pubblico al completo, una platea punteggiata di vuoti in una serata che si preannunciava popolare, solleva interrogativi sul rapporto tra l’opera lirica e il suo pubblico nell’era post-pandemica.
Al di là di questo dato quantitativo, ciò che ha riempito la sala è stato il suono, l’immagine e, soprattutto, l’emozione.
La produzione, ripescata dall’archivio del 2019, si rivela ancora oggi un esempio di efficacia scenica: una fortezza medievale, concepita da Sofia Tasmagambetova e Pabel Dragunov, si articola in rotazioni sceniche che creano un dinamismo visivo accattivante, liberando i diversi atti con un ritmo studiato.
La regia di Marina Bianchi, pur mantenendo una narrazione fluida e calibrata, non ha rinunciato a qualche licenza poetica.

Se da un lato ha saputo valorizzare l’azione con coreografie di combattimento al rallentatore, curato dal maestro d’armi Corrado Tomaselli, offrendo un momento di particolare suggestione, dall’altro si è lasciata tentare da incursioni narrative che appaiono superflue, quasi autoferenziali, come la digressione tra gli armigeri o, più problematico, l’inserimento di una scena di violenza sessuale, elemento estraneo al tessuto drammatico originale e percepito come forzato.

Direzione musicale affidata a Giampaolo Bisanti, capace di sondare le profondità emotive della partitura verdiana, evidenziandone le variazioni dinamiche, i momenti di vigore e i passaggi di lirismo.

L’orchestrazione, a tratti, ha mostrato una lieve dissonanza con le interpretazioni vocali, con alcune difficoltà di sincronia tra orchestra e coro.
La riuscita di un’opera popolare come *Il trovatore* si giova imprescindibilmente della presenza di un quartetto, o meglio, di un gruppo vocale di spessore, un elemento che, in questa occasione, non ha raggiunto la piena sintesi.

Il cast, nel complesso, si è dimostrato all’altezza del compito.

Clementine Margaine ha incarnato un’Azucena potente e drammatica, capace di alternare energia e delicatezza, come dimostrato nel duetto finale.

Erika Grimaldi ha offerto una Leonora elegante e controllata, particolarmente convincente nei momenti di introspezione.
Ariunbaatar Ganbaatar ha interpretato il Conte con una voce tonante, ma non priva di morbidezza.

Fabio Sartori, interprete apprezzato dal pubblico genovese, ha confermato la sua generosità esecutiva, sebbene questa volta non abbia pienamente soddisfatto le aspettative in termini di intonazione ed eleganza interpretativa.
Completa un quadro corale solido, con performance degne di nota di Simon Lim (Ferrando), Irene Celle (Ines) e Manuel Pierattelli (Ruitz).
In definitiva, una serata che ha polarizzato tra un’apparente crisi di pubblico e la vitalità dell’opera verdiana, resa evidente dalla qualità interpretativa del cast e dalla potenza delle soluzioni sceniche.

Domani, prima replica pomeridiana alle 15, per una nuova occasione di lasciarsi trasportare dalle passioni e dai drammi di *Il trovatore*.

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