Le Dieu du carnage: ipocrisie borghesi sotto esame al Duse

L’anomalia della convivenza, la precarietà delle relazioni, la fragilità dell’etichetta di “gente perbene”: sono questi i territori inesplorati che Yasmina Reza sonda con acume chirurgico in *Le Dieu du carnage*, commedia che Roman Polanski ha poi trasposto in forma cinematografica.

Il Teatro Nazionale, al Duse, ne offre una rilettura vibrante, tradotta con maestria da Laura Frausin Guarino ed Ena Marchi, affidata alla regia e all’interpretazione di Antonio Zavatteri, affiancato da Francesca Agostini, Andrea Di Casa e Alessia Giuliani.
Lo spettacolo non è semplicemente una commedia, ma un’indagine impietosa sui meccanismi che governano le dinamiche familiari e sociali.

La pretesto è banale: un litigio tra due bambini undicenni, uno dei quali ha causato al compagno la perdita di due denti.

Questa scintilla innesca una spirale di recriminazioni, accuse e rivelazioni che disvela le crepe nascoste sotto la patina della rispettabilità borghese.

Zavatteri, con una regia precisa e intelligente, non indulge in facili risate.

Il suo obiettivo è quello di illuminare l’assurdità della situazione, la velocità con cui la ricerca di un compromesso pacifico si trasforma in un’arena di conflitto.

Il ritmo incalzante, le continue inversioni di fronte, l’ambiente domestico, inizialmente asettico e luminoso, trasformato progressivamente in un campo di battaglia, contribuiscono a creare un’atmosfera di crescente tensione.
L’abilità di Zavatteri risiede nella sua capacità di cogliere le sottigliezze psicologiche dei personaggi, esaltandone le idiosincrasie e le debolezze.

Non si limita a rappresentare le dinamiche tra le coppie, ma indaga anche le fratture all’interno di esse, svelando le insicurezze, le frustrazioni e le risentimenti che covano sotto la superficie.

La solidarietà maschile, inizialmente un baluardo contro le pressioni esterne, si rivela presto un’arma a doppio taglio, generando nuove tensioni e acuendo il conflitto.

L’avvocato, interpretato magistralmente da Zavatteri, incarna la cinica lucidità di chi sa navigare le acque torbide delle relazioni umane, pronto a sfruttare ogni debolezza per ottenere un vantaggio.

Francesca Agostini, nel ruolo della moglie, offre una prova di grande intensità, rivelando una complessità emotiva che va oltre la semplice apparenza.
Andrea Di Casa e Alessia Giuliani, completano il quadro con interpretazioni brillanti e sfumate, contribuendo a creare un ensemble affiatato e coinvolgente.

*Le Dieu du carnage*, in questa produzione, non è solo uno spettacolo da vedere e apprezzare, ma un’esperienza che invita alla riflessione, un microscopio puntato sulle nostre ipocrisie, sui nostri pregiudizi, sulla nostra incapacità di gestire il dissenso.

È un gioco a carte spietato, in cui l’unica regola è la sopravvivenza, e il prezzo da pagare è la perdita dell’innocenza.
Il pubblico, testimone involontario di questa tragedia quotidiana, esprime il proprio plauso con generosità, consapevole di aver assistito a qualcosa di profondamente significativo, un’amara riflessione sull’umanità.

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