La Liguria si trova di fronte a una proposta di riforma legislativa che sta scatenando un acceso dibattito politico e solleva seri interrogativi sulla sua reale utilità e sostenibilità finanziaria.
Lungi dall’essere un’iniziativa volta a ottimizzare l’efficienza amministrativa e a rispondere ai bisogni dei cittadini, l’opposizione la descrive come un’operazione volta a creare nuove poltrone e a concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, a discapito dell’autonomia degli enti locali e della trasparenza dei processi decisionali.
L’accusa principale rivolta alla giunta Bucci è quella di anteporre la logica del clientelismo e della creazione di posizioni di potere a quella del bene comune.
La riforma, infatti, sembra più orientata a generare nuove figure dirigenziali, introducendo elementi di politicizzazione all’interno della macchina amministrativa, piuttosto che a semplificare i processi burocratici e a migliorare i servizi offerti alla collettività.
Il Partito Democratico, insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Lista Orlando, esprimono forte preoccupazione per le ripercussioni economiche che questa riforma comporterà per i liguri.
Le stime parlano di costi crescenti nel tempo: 307 mila euro nel 2025, salendo a 1,8 milioni di euro all’anno dal 2026, per un impegno finanziario complessivo di circa 9 milioni di euro.
Risorse, secondo i critici, che potrebbero essere impiegate in settori cruciali come la sanità, la formazione professionale e lo sviluppo dei trasporti, aree che necessitano urgentemente di investimenti per migliorare la qualità della vita dei cittadini.
La riforma è definita “schiforma” in quanto, secondo il capogruppo del M5s Giordano, rischia di compromettere l’equilibrio tra politica e amministrazione, militarizzando il consiglio regionale e limitando l’autonomia degli enti territoriali.
La politicizzazione dei controlli e la centralizzazione del potere rappresentano, inoltre, un rischio per la trasparenza e la responsabilità dell’azione amministrativa.
Selena Candia di Avs sottolinea come la riforma possa erodere la capacità decisionale degli enti locali, rendendoli dipendenti dalle direttive dell’amministrazione regionale.
L’introduzione di nuove figure dirigenziali, spesso scelte sulla base di criteri politici piuttosto che di competenza professionale, rischia di compromettere l’efficienza e l’imparzialità dell’azione amministrativa.
Di fronte a questa situazione, le forze di opposizione si preparano a presentare una serie di emendamenti correttivi, con l’obiettivo di riscrivere o addirittura cancellare la riforma.
La battaglia si preannuncia intensa, con il rischio di un conflitto istituzionale che potrebbe avere conseguenze negative per l’intera regione.
La priorità, secondo i rappresentanti dell’opposizione, deve essere quella di tutelare gli interessi dei cittadini e garantire una gestione trasparente ed efficiente delle risorse pubbliche.
La riforma, nella sua formulazione attuale, appare come un passo indietro rispetto agli obiettivi di modernizzazione e semplificazione che la politica regionale dovrebbe perseguire.

