Il dolore di un padre, la giustizia a due velocità.

Il dolore di un padre, l’eco di una perdita che si riverbera nella giustizia: le parole di Michele Prospero, padre di Andrea, si infrangono contro la proposta di patteggiamento a due anni e mezzo di lavori di pubblica utilità per il giovane romano accusato di istigazione o aiuto al suicidio.

Un’offerta che, a suo dire, amplifica la tragedia, come se il figlio venisse “ucciso due volte”.
Il Messaggero riporta la disperazione di un uomo che, pur prevedendo possibili strategie difensive – l’abbreviato, la richiesta di patteggiamento, la presentazione di certificati medici relativi a presunte dipendenze – non si aspettava una proposta così lieve.

La scelta dell’imputato di rimanere in silenzio durante l’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari (GIP) e la misura cautelare degli arresti domiciliari, anziché la custodia in carcere, appaiono come ulteriori aggravanti in questa spirale di dolore.

Ma la ferita più profonda, il veleno più insidioso, è l’assenza di qualsiasi gesto di contrizione, di richiesta di perdono da parte dell’imputato e della sua famiglia.
Un silenzio assordante che, per Michele Prospero, trascende la semplice mancanza di rispetto e si configura come un’ulteriore offesa alla memoria del figlio.

La rabbia del padre si concentra sull’accusa di un comportamento omissivo, di una mancata assistenza in un momento di estrema vulnerabilità.

La mancata chiamata di soccorso, la possibile spinta verso un gesto irreparabile, alimentano un senso di ingiustizia che si proietta sulla fiducia nel sistema giudiziario.
“La giustizia non funziona e dà un cattivo esempio ai giovani,” dichiara, esprimendo la paura che certi comportamenti possano rimanere impuniti, minando il senso di responsabilità e la percezione di equità.
La famiglia di Andrea non accetta giustificazioni basate sulla giovane età dell’imputato, sottolineando che la giovinezza non può essere un alibi per azioni di tale gravità.

La richiesta di verità e giustizia non è animata da un desiderio di vendetta, ma dalla necessità di onorare la memoria del figlio e di ristabilire un senso di ordine morale.
Michele Prospero esprime la profonda preoccupazione che l’accettazione della proposta di patteggiamento significhi un fallimento della giustizia italiana, un’incapacità di affrontare e di contrastare comportamenti lesivi.
Un verdetto del genere, a suo dire, priverebbe la famiglia del diritto di appello, consolidando un senso di impotenza e di abbandono.
La legge, in questa dolorosa vicenda, appare inadeguata, incapace di comprendere o di mitigare l’angoscia derivante dalla perdita di un figlio.

Il lutto, il vuoto incolmabile, si scontrano con la fredda impersonalità di una sentenza, lasciando una ferita aperta nel cuore di un padre.

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