Il messaggio di Michele D’Angelo, docente universitario dell’Aquila, risuona di una dignità ferma e di una profonda inquietudine, diffuso dalla moglie Vanessa Castelli dopo una visita nel carcere di Fier, in Albania, dove si trova detenuto da oltre cinquanta giorni.
La sua condizione, frutto di un incidente stradale verificatosi l’8 agosto, è aggravata dalla custodia cautelare, una misura che egli stesso percepisce come sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti e alla sua storia personale e professionale.
Al di là dell’immediato disagio fisico e psicologico derivante dalla detenzione in un contesto estraneo, dove la barriera linguistica amplifica la sensazione di isolamento, emerge una riflessione più ampia sulla giustizia e sulle modalità di applicazione delle misure restrittive.
D’Angelo non implora pietà, ma sollecita una valutazione oggettiva e ponderata del suo caso, auspicando l’adozione di alternative meno drastiche che preservino la sua salute mentale e il suo equilibrio.
La sua dichiarazione è permeata da un appello alla proporzionalità, un principio cardine del diritto penale che impone di commisurare la severità della sanzione alla gravità del reato.
In un sistema giudiziario che mira alla certezza del diritto e alla tutela dei diritti fondamentali, la custodia cautelare dovrebbe rappresentare l’ultima ratio, un’eccezione giustificata solo dalla sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e dal pericolo di fuga o di inquinamento delle prove.
Il sostegno della comunità, rappresentato dalla moglie, dai colleghi, dagli studenti e dalle istituzioni, si configura come un elemento cruciale per la sua resilienza.
Questo affetto collettivo trascende la mera compassione, assumendo la valenza di un atto di fiducia nel sistema giudiziario e nella possibilità di una ricostruzione della verità.
Ogni comunicazione dall’esterno, ogni segno di attenzione, si traduce in una luce che squarcia l’oscurità della detenzione, alimentando la speranza in un equo processo e in una risoluzione favorevole.
Il professore ribadisce la sua fiducia nelle autorità albanesi, auspicando un’indagine imparziale e un giudizio basato sui fatti, liberi da pregiudizi e da considerazioni emotive.
La richiesta di chiarezza non è una richiesta di favori, ma un richiamo ai principi fondamentali del diritto e alla necessità di garantire un giusto processo.
La sua speranza è che l’attenzione mediatica e il supporto della comunità possano contribuire a illuminare la verità e a scongiurare una misura cautelare che, a suo avviso, si discosta eccessivamente dai canoni di proporzionalità e ragionevolezza.
La disciplina, la pazienza e la speranza, i suoi compagni di detenzione, alimentano la fiducia in un futuro in cui la giustizia possa trionfare.

