L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Catania, Simona Ragazzi, getta luce su un disegno criminale di portata allarmante, maturato nel cuore della ricostruzione della tragica scomparsa di Nicolò Alfio, figlio del boss Pietro Lucifora, capo interregno del clan Scalisi di Adrano, strutturalmente affilato alla potente famiglia Laudani di Catania.
Le indagini, condotte dalla squadra mobile e dal commissariato di Adrano sotto la direzione della Procura catanese, hanno ricostruito un piano vendicativo complesso e meticolosamente orchestrato, volto a eliminare simultaneamente i presunti responsabili della morte del giovane, avvenuta il 20 aprile 2025 a Froncofonte, in circostanze di violento scontro.
Le dichiarazioni rese da Lucifora alla sua convivente, trascritte nell’ordinanza, rivelano un’intenzione genocida, espressa con un linguaggio brutale e privo di scrupoli: “Io devo acchiappare a tutti in un colpo…”.
Il boss, spinto da un dolore esasperato e da una sete di vendetta insopprimibile, ambiva a perpetrare una strage, eliminando in un’unica azione tutti coloro che, a suo avviso, avevano contribuito alla morte del figlio.
Il piano vendicativo, secondo quanto emerso dalle indagini, si sarebbe concretizzato attraverso un sofisticato sistema di depistaggio e costruzione di un alibi.
Il gruppo armato, guidato da Lucifora, avrebbe preso origine a Chieti, città di residenza di uno zio del boss, Pietro Schilirò, figura chiave nella logistica dell’operazione.
Schilirò avrebbe fornito un furgone privo di localizzatore satellitare, fondamentale per eludere i controlli e mantenere segreto il percorso, e presumibilmente avrebbe anche contribuito all’approvvigionamento delle armi necessarie per compiere la strage.
La scelta di Chieti come punto di partenza non era casuale, ma parte integrante della strategia volta a creare un falso alibi.
Il gruppo, dopo aver commesso il fatto, sarebbe rientrato in Abruzzo, lasciando i propri telefoni cellulari nella città abruzzese, per simulare una presenza in loco durante le fasi cruciali dell’omicidio.
Per rafforzare ulteriormente la credibilità dell’alibi, Lucifora e i suoi complici avrebbero pianificato di dichiarare l’esistenza di un’amante a Chieti, una menzogna sostenuta da messaggi preordinati scambiati tra i telefoni dei falsi innamorati.
L’ordinanza sottolinea come la meticolosità del piano, la complessità del sistema di depistaggio e la profonda connessione tra i diversi membri della cosca Scalisi rivelino una struttura criminale radicata e capace di pianificare azioni di estrema gravità, mettendo in luce una pericolosità complessiva che va ben oltre il singolo episodio di violenza.
La ricostruzione delle indagini offre un quadro inquietante di un clan pronto a tutto per vendicare la perdita del figlio, mettendo a repentaglio l’incolumità di persone innocenti e sfidando l’ordine costituito.

