Alleanze Mafia in Lombardia: Verdetto Storico e Confische da 500 Milioni

Il verdetto che emana dall’aula bunker del carcere di Opera segna una pietra miliare nella lotta alla criminalità organizzata in Lombardia.

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Il giudice Emanuele Mancini, presiedendo un rito abbreviato complesso e articolato, ha condannato 62 individui a pene detentive che culminano nei 16 anni di reclusione, mentre altri 45 imputati sono stati rinviati a giudizio, frutto di un’indagine monumentale, Hydra, condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.

Il cuore del procedimento risiede nella ricostruzione di un’inedita convergenza criminale: una vera e propria “alleanza strategica” tra esponenti di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, attuata sul territorio lombardo per l’incremento di attività illecite e la gestione illecita di risorse economiche.
Questa struttura, definita “sistema mafioso lombardo”, non si manifestava come un’unione formale, ma come una rete di accordi e collaborazioni finalizzate all’espansione e alla solidificazione del potere mafioso nel tessuto economico regionale.

Il verdetto del giudice Mancini conferma le accuse formulate dai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, sotto la direzione di Marcello Viola, che ritengono provata l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso, un’entità criminale transnazionale che aggrega individui provenienti da diverse organizzazioni con l’obiettivo di perseguire interessi comuni attraverso l’intimidazione, la violenza e la corruzione.

L’inchiesta, che ha visto la collaborazione di carabinieri del Nucleo Investigativo e si è basata anche sulle rivelazioni di collaboratori di giustizia (pentiti), aveva precedentemente affrontato un ostacolo significativo con la decisione del giudice Tommaso Perna, che aveva rigettato numerose richieste di misure cautelari.
Tuttavia, le successive decisioni di Riesame e Cassazione hanno confermato la validità delle indagini, consentendo il proseguimento del processo.
La condanna più severa, 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Massimo Rosi, figura di spicco all’interno della ‘ndrangheta, a testimonianza del ruolo centrale che la cosca calabrese riveste in questa rete criminale.

Oltre alle condanne e agli imputati rinviati a giudizio, il giudice ha disposto il sequestro e la successiva confisca di un patrimonio ingente, per un valore complessivo di quasi mezzo miliardo di euro.
Questi beni, precedentemente sequestrati, sono considerati il frutto diretto dell’attività criminale svolta dal sistema mafioso lombardo.
In particolare, la Procura ha quantificato in 225 milioni di euro i proventi illeciti derivanti dall’associazione a delinquere, mentre altri 218 milioni di euro sono stati confiscati come presunti crediti Iva fittizi riconducibili ai fratelli Abilone.
Ulteriori somme, per un valore di circa 10 milioni, sono state confiscate in aggiunta.
Il provvedimento ingloba anche il riconoscimento di risarcimenti danni alle parti civili, tra cui enti locali come i Comuni di Milano e Varese, la Regione Lombardia e la Città Metropolitana di Milano, nonché associazioni come Libera e WikiMafia, con un’immediata esecuzione provvisoria di 10.000 euro per ciascuna di esse, a garanzia del risarcimento dei danni subiti a causa delle attività criminali del sistema mafioso lombardo.
Questo verdetto rappresenta un duro colpo per la criminalità organizzata in Lombardia e sottolinea l’importanza della collaborazione tra forze dell’ordine, magistratura e società civile nella lotta contro il potere mafioso.

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