La sentenza della Corte d’Appello di Brescia ha ribadito, in appello bis, la condanna a un anno e tre mesi di reclusione per Piercamillo Davigo, un verdetto che riaccende il dibattito attorno alla delicata linea di confine tra tutela della legalità e violazione del segreto d’ufficio.
La vicenda, complessa e ramificata, ha visto la Cassazione annullare con rinvio la precedente decisione d’appello, focalizzandosi in particolare sulla contestazione relativa alla divulgazione di informazioni riservate a terzi.
Il caso Davigo, per comprendere appieno la sua portata, necessita di essere collocato nel contesto più ampio dell’inchiesta “Metropolis”, che ha coinvolto esponenti del mondo giudiziario e imprenditoriale.
Davigo, figura di spicco come ex pubblico ministero e coordinatore della DDA di Milano, si è trovato al centro della tempesta a seguito del suo coinvolgimento nelle dinamiche investigative che hanno portato all’assoluzione di Gianluca Storari, ex amministratore delegato di Antonveneta.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Davide Steccanella, ha costantemente sostenuto che le azioni del suo assistito sono state motivate esclusivamente dalla volontà di ristabilire la correttezza del procedimento giudiziario e non hanno causato alcun pregiudizio alle indagini.
La posizione di Davigo, secondo la sua difesa, si configura come un atto dovuto per assicurare la piena ricostruzione della verità processuale, un’azione che, altrimenti, avrebbe impedito l’avvio di un’indagine cruciale.
In altre parole, la divulgazione di informazioni, seppur riservate, si sarebbe rivelata necessaria per consentire l’accesso a elementi investigativi altrimenti inaccessibili, un’azione spinta dall’urgenza di correggere un’ingiustizia percepita.
La sentenza di Brescia, tuttavia, solleva interrogativi profondi sull’interpretazione del segreto d’ufficio e sui limiti dell’azione di un magistrato che si trova a fronteggiare presunte anomalie nel sistema giudiziario.
La difficoltà risiede nel bilanciare il diritto alla trasparenza e la necessità di proteggere la riservatezza delle indagini, soprattutto quando si tratta di figure di alto profilo come Piercamillo Davigo.
Il caso Davigo, quindi, non è solo una vicenda giudiziaria di rilievo nazionale, ma rappresenta un banco di prova per il sistema giudiziario italiano, invitandolo a riflettere sulla delicata interazione tra etica professionale, segreto d’ufficio e la garanzia di un processo equo e imparziale.
L’esito del ricorso in Cassazione, a questo punto, si preannuncia cruciale per delineare i confini di questa complessa problematica.




