L’incidente probatorio sull’omicidio di Chiara Poggi, concepito per fissare con precisione punti cruciali in vista di un eventuale nuovo processo, ha generato interpretazioni divergenti, alimentando un dibattito scientifico e legale profondamente complesso.
La perizia, esaminata ieri in aula, si concentra in particolare sull’analisi del DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima, un capitolo controverso che ha segnato la vicenda per oltre un decennio.
Le diverse letture degli esperti nominati, ciascuno legato alle rispettive posizioni processuali – Procura di Pavia, difesa di Alberto Stasi, e difesa di Andrea Sempio – rischiano di trasformare la ricerca della verità in un gioco di specchi, dove ogni elemento può essere piegato a sostegno di una tesi preesistente.
Il nodo centrale rimane l’interpretazione degli accertamenti genetici eseguiti dalla genetista Denise Albani.
I consulenti di Andrea Sempio, affiancati da Marina Baldi e Armando Palmegiani, sollevano dubbi sull’affidabilità delle analisi originali condotte dal Ris di Parma quasi due decenni fa.
Questi esperti sostengono che l’assenza di materiale maschile identificabile sotto le unghie di Chiara sarebbe coerente con una dinamica che non implica una colluttazione difensiva violenta.
Inoltre, mettono in discussione l’interpretazione dei risultati relativi ai margini ungueali, indicando tre elementi che, a loro dire, ne invalidano qualsiasi forma di valutazione statistica: la degradazione del profilo genetico, la sua natura mista (senza distinzione tra i contributi genetici), e la mancanza di replicabilità dei test.
Questi elementi, secondo i consulenti di Sempio, renderebbero impossibile attribuire in modo affidabile il DNA rinvenuto a quest’ultimo.
La prospettiva della difesa di Alberto Stasi, al contrario, respinge la tesi della degradazione del materiale genetico, sostenendo che la sua genuinità è rafforzata proprio dall’incidente probatorio.
I consulenti di Stasi evidenziano come, già undici anni fa, i risultati avessero escluso la corrispondenza del DNA rinvenuto con quello di Alberto, rafforzando la sua esclusione come contributore.
Un ulteriore elemento di contesa riguarda la scoperta, considerata significativa dai legali della famiglia Poggi, di tracce genetiche di Alberto Stasi su una cannuccia di Estathè e all’interno di un sacchetto di rifiuti.
Questi reperti, a loro dire, rappresentano una prova inconfutabile e inedita, in grado di aprire nuove prospettive investigative.
L’incidente probatorio, lungi dal dirimere la questione, ha dunque acuito le divergenze interpretative, sollevando interrogativi fondamentali sulla validità delle prove scientifiche, sulla loro corretta interpretazione, e sull’influenza delle posizioni processuali nella ricerca della verità in un caso di tale delicatezza e complessità.
Il dibattito si preannuncia lungo e intricato, con implicazioni significative per il futuro della vicenda e per la giustizia che si cerca di perseguire.

