Il recente proscioglimento di Chiara Ferragni nel processo milanese per truffa aggravata relativa alle campagne promozionali di Pandoro e uova di Pasqua ha generato un’ondata di commenti e interpretazioni, immediatamente contrastate dalla stessa influencer con un post sul proprio profilo Instagram.
Più che un semplice resoconto della vicenda giudiziaria, il messaggio si configura come una riflessione sulla responsabilità, l’errore e la distinzione fondamentale tra disattenzione gestionale e illecito penale.
La presa di coscienza dell’errore, riconosciuto e rimediato attraverso azioni correttive e scuse pubbliche, emerge come elemento centrale della difesa, sottolineando l’assenza di un intento fraudolento.
L’influencer argomenta che la motivazione alla base delle sue azioni non poteva essere riconducibile a una volontà di inganno, né tantomeno a un vantaggio economico derivante da tale azione.
Questa distinzione, apparentemente sottile, rivela una profonda differenza tra un errore amministrativo, frutto di una gestione imperfetta, e un reato penale, che implica un’intenzione deliberata di danneggiare.
La condanna percepita come una “assoluzione a metà” da parte di alcuni osservatori è respinta con forza, reinterpretata come la dimostrazione di una fragilità strutturale del processo stesso, quasi a suggerire una costruzione ad arte priva di fondamenta solide.
L’assenza di presupposti sufficienti per l’avvio del procedimento è presentata come una prova tangibile dell’infondatezza delle accuse.
La dichiarazione conclusiva, che esclude la celebrazione di una vittoria, riflette un approccio maturo e responsabile, orientato alla chiusura di un capitolo doloroso e alla ripresa di un percorso interrotto.
Più che una liberazione legale, il post esprime il desiderio di voltare pagina, lasciando alle spalle le controversie e concentrandosi sul futuro, implicitamente auspicando una revisione dei meccanismi di controllo e responsabilità nel panorama dell’influencer marketing, per evitare che simili situazioni si ripetano.
Il messaggio si configura, dunque, non solo come una difesa personale, ma come un invito a una riflessione più ampia sulle dinamiche del digital business e sulla necessità di trasparenza e correttezza nei rapporti con il pubblico.






