La vicenda di Nerina Fontana, strappata alla vita dal figlio Ruben Andreoli il 15 settembre 2023 a Colombare di Sirmione, si rivela, a rileggere le motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Brescia (22 ottobre 2025), un tragico epilogo di un deterioramento progressivo di un legame familiare, un rapporto madre-figlio eroso da dinamiche conflittuali e crescenti fragilità.
La condanna a 24 anni di reclusione per Andreoli, pur ineludibile alla luce della sua piena capacità di intendere e volere al momento del fatto, è affiancata dal riconoscimento di attenuanti generiche, che hanno evitato la più severa sanzione dell’ergastolo.
Lungi dall’essere un atto impulsivo privo di precedenti, l’omicidio si configura come la manifestazione estrema di una profonda crisi emotiva, alimentata da un accumulo di frustrazioni e risentimenti.
La Corte ha delineato il quadro di una relazione madre-figlio segnata da un progressivo allontanamento, culminato in una percezione di tradimento da parte di Andreoli, che ha interpretato le scelte della madre come un affronto personale.
Queste decisioni, non specificate nel dettaglio, hanno agito da catalizzatore, innescando una reazione incontrollabile in un individuo già predisposto alla vulnerabilità emotiva.
La ricostruzione dei giorni immediatamente precedenti l’evento drammatico rivela un’escalation di tensioni, un’atmosfera densa di aspettative disattese e di incomprensioni che hanno contribuito a creare un clima di crescente instabilità.
L’assenza di premeditazione, riconosciuta dalla Corte, non sminuisce la gravità del gesto, bensì suggerisce la presenza di fattori psicologici sottostanti, di un profondo malessere che ha portato Andreoli a compiere un atto irrimediabile.
Il profilo dell’imputato, descritto come un uomo fino ad allora conforme alle norme sociali, con un lavoro stabile e senza precedenti penali, sottolinea l’eccezionalità della vicenda e la complessità delle dinamiche psicologiche in gioco.
La Corte ha tenuto conto anche del comportamento successivo al delitto, in particolare il sincero pentimento manifestato in aula, elementi che hanno contribuito alla decisione di non infliggere la pena massima.
La sentenza, al di là dell’accertamento della responsabilità penale, solleva interrogativi profondi sulla natura dei legami familiari, sui rischi di un deterioramento progressivo delle relazioni e sull’importanza di individuare tempestivamente segnali di disagio psicologico, al fine di prevenire tragedie simili.
La vicenda di Nerina Fontana e Ruben Andreoli rappresenta, dunque, un monito a riflettere sulla fragilità umana e sulla necessità di coltivare relazioni basate sulla comunicazione, l’empatia e il rispetto reciproco.

