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Sgomberi a Milano: protesta e richiesta di un nuovo diritto alla casa

L’affermazione gridata, “Abitare è un diritto, negarlo è una vergogna”, risuona come un’eco di dissenso fuori dalla Prefettura di Milano, testimoniando una crescente ondata di sconcerto e indignazione per le recenti operazioni di sgombero in alloggi popolari.

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L’episodio di via Quarti, in particolare, ha acceso un dibattito acceso, sollevando interrogativi urgenti sulle pratiche utilizzate e stimolando una risposta critica anche da parte di alcuni settori del Comune stesso.
Un variegato fronte di associazioni – Unione Inquilini, collettivi sociali, comitati di residenti e rappresentanze studentesche – si è unito in un presidio che va oltre la semplice protesta contro gli sgomberi.

Si tratta di una presa di posizione a favore di una riflessione profonda sul diritto alla casa, sulla necessità di politiche abitative inclusive e sulla dignità delle persone coinvolte.
“Non possiamo continuare a operare in questo modo, generando più sofferenza che beneficio,” ha sottolineato Bruno Cattoli dell’Unione Inquilini, evidenziando come le azioni di sgombero, sebbene giustificate da ragioni legali, spesso lasciano dietro di sé un solco di disperazione e precarietà.

L’urgenza è quella di trovare soluzioni concrete per le famiglie abbandonate, come quelle di via Quarti, che si trovano improvvisamente senza servizi essenziali come luce e gas.
La critica principale non si limita alla gestione immediata delle operazioni, ma punta a una revisione radicale dell’approccio complessivo.
L’Unione Inquilini promuove un modello che prevede un’indagine approfondita sulle storie individuali: comprendere le motivazioni che spingono le persone ad occupare alloggi, analizzare le loro condizioni sociali, ricostruire il percorso che le ha portate in quella situazione.
Non si tratta di condannare l’atto dell’occupazione, ma di interpretarlo come sintomo di un disagio sociale più ampio, un campanello d’allarme che invita a un’azione decisa.

L’affermazione che i “racket” debbano essere combattuti è inequivocabile, ma la battaglia non può prescindere dalla ricerca di soluzioni alternative all’espulsione forzata.
Si auspica un approccio che coniughi la legalità con l’umanità, che ponga al centro la persona e le sue necessità.
Questa visione richiede sensibilità, ascolto attivo e la capacità di costruire ponti tra istituzioni, associazioni e comunità locali.

È necessario abbandonare la logica del “sgombero e basta” a favore di un modello di intervento sociale mirato a garantire a tutti il diritto fondamentale all’abitazione, un diritto che incarna la dignità e la possibilità di una vita piena e costruttiva.

Il presidio di Milano, dunque, non è solo una protesta, ma un invito a ripensare il futuro delle politiche abitative, un futuro che deve essere fondato sulla giustizia sociale e sull’equità.

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