Il silenzio di una lingua perduta risuona potente nel nuovo spettacolo di Fanny e Alexander e Federica Fracassi, un’immersione profonda nell’universo letterario e esistenziale di Agota Kristof.
Dopo l’acclamata Trilogia della città di K, la compagnia torna ad affrontare la scrittura tagliente e spietata dell’autrice ungherese, in una produzione che ha già conquistato la critica – testimoniandolo il palmarès di cinque Premi Ubu, tra cui Miglior Regia e Miglior Spettacolo, e il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro – e che, con il sostegno del Piccolo Teatro, E Production e Stabile di Bolzano, debutterà al Teatro Studio il 23 ottobre.
Il cuore pulsante di questo lavoro è l’esplorazione del legame fragile e imprescindibile tra l’individuo e il linguaggio, un rapporto messo a dura prova dall’esilio.
Agota Kristof, strappata alle proprie radici e costretta a comunicare in una lingua aliena, incarna la condizione dell’analfabeta non in senso letterale, ma come metafora di chi perde la propria voce, la propria identità, nel tentativo di integrarsi in un mondo estraneo.
L’azione si sviluppa all’interno di una fabbrica di orologi, luogo simbolico di ripetizione, di meccanicità e, paradossalmente, di riflessione.
Qui, Agota, emigrata in Svizzera, trova rifugio tra gli ingranaggi, lontana dai clamori del mondo, ma non lontana dai propri demoni.
La monotonia del lavoro manuale, scandita dal ritmo inesorabile delle macchine, le concede uno spazio prezioso per la contemplazione, per l’elaborazione del trauma dell’esilio.
In un cassetto, un foglio e una matita attendono, pronti a catturare i frammenti di memoria, i sussurri di un passato irrecuperabile.
Federica Fracassi, interprete sensibile e intensa, si immerge nel personaggio con una dedizione quasi mistica, percependo il corpo di Agota come un involucro fragile ma resistente, un guscio di lumaca che racchiude un universo di storie, di emozioni represse.
Attraverso la recitazione, Fracassi restituisce voce e corpo a questi personaggi inespressi, creando un’atmosfera ipnotica, quasi onirica, in cui i confini tra realtà e finzione si dissolvono.
Ogni parola, come una pepita preziosa estratta dalla terra del ricordo, viene ponderata, scandita, restituita al pubblico con una potenza evocativa straordinaria.
Luigi de Angelis sottolinea come, per Agota, il lavoro in fabbrica fosse un tempo per pensare, un’occasione per confrontarsi con i fantasmi del passato e per dare forma al proprio dolore.
Le macchine non sono solo sfondo scenico, ma simboli potenti del rapporto complesso e ambivalente con la parola: uno strumento di comunicazione, certo, ma anche una barriera, un ostacolo all’espressione autentica.
Il ticchettio incessante delle macchine diventa la colonna sonora di un’anima in cerca di redenzione, un metronomo che scandisce il tempo di una memoria ferita.




