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Ancora una e poi spengo: la dipendenza seriale sul palco.

“Ancora una e poi spengo – Storia semiseria di un’ossessione seriale” di Carla Carucci, diretto da Francesca Lo Bue e in scena al Fringe MilanoOff, è un’esilarante e profondamente attuale radiografia di un fenomeno culturale dilagante: la dipendenza seriale.
Lo spettacolo, ambientato in un’inedita cornice espositiva, lo spazio Plinio il Giovane, trascina il pubblico in un vortice di autoironia e confessioni intime, incarnato dalla figura di Lucia Amoruso, interpretata con maestria da Carucci.
Lucia, convinta di partecipare a una seduta di “Dst Anonimi”, un gruppo di supporto per dipendenti da serie TV, si disvela al pubblico, svelando la sua spirale ossessiva.

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Non si tratta semplicemente di un passatempo, ma di una vera e propria fuga dalla realtà, un rifugio in mondi alternativi popolati da eroi e antieroi.

Carucci, con un’abile commistione di comicità e introspezione, dipinge il ritratto di una donna che, attraverso l’immersione seriale, cerca di colmare un vuoto esistenziale, un malessere profondo che si manifesta in fallimenti amorosi e professionali.

Lo spettacolo non si limita a descrivere l’ossessione, ma ne esplora le radici.

Attraverso un percorso narrativo che oscilla tra l’assurdo e la verità, Lucia/Carucci smonta le illusioni create dai serial, interrogandosi sulle cause della propria compulsività.

La dipendenza seriale, infatti, è presentata come un sintomo di una società iperconnessa, in cui la realtà, spesso deludente, viene surrogata da un universo artificiale, rassicurante e facilmente accessibile.

La performance mette in luce il paradosso dell’esperienza seriale: un’iperconnessione digitale che paradossalmente porta a una disconnessione dal mondo reale, dai rapporti interpersonali e dalla propria identità.
Il personaggio si fonde con i suoi idoli seriali, confondendo i confini tra finzione e realtà, in una ricerca di senso e di appartenenza.
“Ancora una e poi spengo” è più di uno spettacolo: è uno specchio che riflette le nostre fragilità, le nostre paure e la nostra costante ricerca di conforto in un’era dominata dall’immagine e dall’intrattenimento di massa.
È un invito a riflettere sul nostro rapporto con la tecnologia, sull’importanza dei legami umani e sulla necessità di ritrovare un equilibrio tra il mondo virtuale e la vita reale.

Un monologo che, attraverso il riso, ci interroga profondamente sul significato di essere umani nel XXI secolo.

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