Un fiume di tessuti bianchi, un’onda silenziosa di nomi sussurrati, un tributo tangibile alla fragilità perduta: “Un nome un bambino, un nome una bambina” si è materializzato a Brescia, riempiendo lo spazio aperto del Mo.
Ca.
L’installazione, frutto di un’iniziativa profondamente sentita, ha visto coinvolti genitori, educatori e insegnanti di 39 servizi per l’infanzia della città e della provincia, per commemorare le vite spezzate a Gaza, 20.000 infanti – un numero che risuona come un eco straziante di ingiustizia.
Lungi dall’essere una semplice esposizione artistica, l’opera rappresenta un atto di resistenza emotiva e pedagogica.
Ogni striscia di tessuto, intessuta con cura, porta impresso un nome, un’età, un’esistenza interrotta prematuramente.
Questo gesto corale, che ha visto la partecipazione attiva di una comunità educante, trascende il lutto individuale, configurandosi come un monito universale sulla perdita dell’innocenza e sulle conseguenze devastanti del conflitto.
Il progetto nasce dall’esigenza di educare alla compassione e alla responsabilità, trasmettendo alle nuove generazioni il valore inestimabile della vita e l’importanza della pace.
Gli insegnanti, in prima linea nell’educazione alla cittadinanza globale, hanno scelto questa forma espressiva per avvicinare i bambini alla comprensione delle tragedie umane, offrendo loro un’esperienza emotiva e sensoriale intensa, un ponte tra l’astrazione delle notizie e la concretezza del dolore altrui.
“Un nome un bambino, un nome una bambina” non è un’accusa, ma un invito alla riflessione.
Un grido silenzioso che si erge contro la violenza, un inno alla speranza che, attraverso la memoria e l’educazione, si possa costruire un futuro più giusto e pacifico per tutti i bambini del mondo.
L’installazione, temporanea ma significativa, si propone come un seme piantato nella coscienza collettiva, un seme che dovrà germogliare in un impegno costante per la difesa dei diritti umani e la promozione della pace.





