Il ricorso presentato dalla società L’Orologio, legata alla famiglia Cabassi, contro il vincolo imposto dalla Soprintendenza dei Beni Culturali ai graffiti presenti nello spazio Dauntaun del centro sociale Leoncavallo, è stato respinto dal TAR.
La vicenda, riportata dalle pagine milanesi de Il Giornale, apre una complessa spirale di diritti contrapposti, interessi culturali e speranze di riappropriazione di un luogo simbolo per un’intera comunità.
L’episodio si configura come un’ulteriore aggravio per i proprietari, che dopo oltre trent’anni di assenza hanno finalmente recuperato la disponibilità dell’immobile, trovandosi però di fatto limitati nella possibilità di intervenire su una porzione significativa dello stesso.
Il Deputato di Fratelli d’Italia, Riccardo De Corato, sottolinea con forza la questione della proprietà privata, auspicando l’immediata revoca del vincolo e il pieno esercizio dei diritti dei Cabassi.
La reazione del Leoncavallo, attraverso la presidente delle Mamme Antifasciste Marina Boer, si pone in un’ottica diametralmente opposta.
L’esito del ricorso era prevedibile, dato che la tutela delle opere di Dauntaun è stata riconosciuta come parte integrante di un contesto sociale e storico specifico.
Queste non sono considerate semplici opere d’arte, bensì espressione di un movimento, di una cultura popolare e di un’esperienza collettiva che affonda le radici nella storia del centro sociale.
La tutela non si limita ai graffiti.
È in corso un procedimento simile per l’archivio storico Fausto e Iaio, un patrimonio documentale di inestimabile valore, composto da ben 150 milioni di documenti.
La possibilità di trasferire l’archivio è subordinata all’autorizzazione della Soprintendenza, e l’individuazione di una sede idonea si rivela problematica.
La Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia ha avviato il procedimento a settembre, animata dalla preoccupazione concreta che la dispersione o lo smembramento dell’archivio, in seguito a possibili trasferimenti del centro sociale, ne compromettano l’unicità e la coerenza.
La comunità del Leoncavallo nutre la speranza che la protezione garantita dalla tutela possa agevolare il rientro nella ex cartiera di via Watteau, un obiettivo descritto come un “sogno”.
Pur non escludendo altre opzioni, come la possibilità di ricollocarsi a San Dionigi, per la quale è stata presentata una proposta, il rientro nella sede storica resta la priorità.
I contatti con i Cabassi, dopo lo sgombero di agosto, si sono limitati agli aspetti logistici necessari per il trasloco, seguiti da un periodo di silenzio, che esacerba la tensione tra le due parti.
La vicenda solleva questioni fondamentali relative al rapporto tra proprietà privata, interesse pubblico, tutela del patrimonio culturale e diritto all’espressione sociale.
Il caso Leoncavallo incarna una spaccatura profonda tra due visioni del mondo: una che privilegia il diritto di proprietà assoluto, e l’altra che riconosce la necessità di bilanciare tale diritto con la salvaguardia della memoria collettiva e del diritto all’abitare sociale.
Il futuro del centro sociale, e del suo immenso patrimonio culturale, resta appeso a un filo, in attesa di una soluzione che possa conciliare interessi divergenti e restituire dignità a un luogo simbolo della storia milanese.





