Il 7 dicembre, a partire dalle ore 14:30, Piazza della Scala a Milano si trasformerà in un palcoscenico di protesta.
I lavoratori del prestigioso Teatro alla Scala, affiancati dall’Associazione Palestinesi d’Italia e da una rete di collettivi sociali e attivisti impegnati nel movimento nato il 7 ottobre 2023, daranno voce a un’emergenza che mina le fondamenta di un pilastro culturale nazionale.
La mobilitazione, indetta dalla Cub, è il culmine di mesi di crescente tensione e agitazione sindacale.
Non si tratta di una semplice rivendicazione salariale, ma di una battaglia per la dignità del lavoro e per la sopravvivenza di un settore – quello dello spettacolo e dell’audiovisivo – sempre più esposto a una spirale di precarietà e fragilità.
Il cuore della protesta risiede nella denuncia di una cronica carenza di personale, che compromette la qualità delle produzioni e appesantisce il carico di lavoro degli attuali dipendenti.
La stabilizzazione del personale precario, un elemento cruciale per garantire continuità e professionalità, è un’altra priorità urgente.
L’erosione del potere d’acquisto, acuita dall’inflazione persistente, richiede un adeguamento salariale che rifletta l’aumento del costo della vita e valorizzi la competenza e l’esperienza dei lavoratori.
La mobilitazione si pone in aperto contrasto con le scelte politiche che, attraverso la Finanziaria, continuano a depauperare le risorse destinate al settore spettacolo e audiovisivo.
Questa strategia di tagli sistematici non solo ostacola la realizzazione di progetti culturali innovativi, ma rende l’intero comparto vulnerabile a logiche di mercato spietate, incentivando forme di lavoro precarie e limitando la libertà creativa.
Il presidio di Piazza Scala rappresenta quindi un segnale di allarme, un appello a un cambio di rotta che riconosca il valore strategico della cultura e dello spettacolo dal vivo per la società italiana, investendo nel capitale umano, promuovendo la stabilità lavorativa e garantendo un futuro sostenibile per un settore che, altrimenti, rischia di soccombere alla miopia delle scelte economiche.
Si tratta di rivendicare il diritto a un lavoro dignitoso, a una cultura accessibile e a un futuro in cui la creatività non sia subordinata alla logica del profitto.




