Šostakovič a Roma: un’opera intensa tra passato e presente

Un’eco di dramma, distillato in un palcoscenico romano degli anni ’50, ha catturato l’attenzione di una platea giovane, affluita all’anteprima riservata agli Under 30.

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Lontano dall’ambientazione rurale, intrisa di nebbia e sussurri, tipica dell’opera originale di Dmitrij Šostakovič, la rilettura si manifesta con l’opulenza di un ristorante capitolino, illuminato da luci soffuse e animato da un’atmosfera carica di tensione.
La scena, per alcuni momenti, si fa cruda, impetuosa, culminando in un finale ardente, un fuoco che consuma le illusioni e le ambizioni dei personaggi.
L’appuntamento, giunto al ventesimo anno, ha visto la partecipazione di un pubblico eterogeneo.
C’erano i giovani mossi dalla curiosità, adornati di abiti scintillanti, ma soprattutto un nucleo di appassionati, consapevoli del valore dell’iniziativa e sensibili alla scelta di portare in scena un’opera russa in un periodo storico delicato, segnato dal conflitto in Ucraina.

Questa decisione, sostenuta con convinzione dal sovrintendente Fortunato Ortombina, si configura non come un atto di coraggio, ma come un imperativo culturale, un rifiuto di pregiudizi che offenderebbero la civiltà stessa.

La potenza della musica, capace di amplificare l’azione e di svelare le profondità emotive dei personaggi, è un elemento imprescindibile di questa rielaborazione.
Il direttore musicale, Riccardo Chailly, al termine del suo mandato alla Scala, ha giustificato la scelta del 7 dicembre come un atto dovuto, un omaggio a un autore spesso trascurato per l’inaugurazione della stagione.
Un gesto approvato con entusiasmo dal pubblico giovane.
Lorenzo, studente del Conservatorio, ha espresso la sua ammirazione per la violenza delle scene, mentre Luca, un suo coetaneo, ha sottolineato l’incredibile risonanza tra la musica grottesca e i temi sonori che emergono dalla narrazione.
Giulia, una giovane spettatrice, ha elogiato la capacità dell’opera di affrontare temi importanti come la violenza di genere.

La Lady Macbeth interpretata da Sara Jakubiak, guidata dalla visione del regista Vasily Barkhatov, si rivela una figura complessa, animata dal desiderio di liberarsi da un potere soffocante.
L’omicidio del suocero, Alexander Roslavets, e del marito, Yevgeny Akimov, rappresenta un tentativo disperato di affermare la propria autonomia, un atto che genera però una spirale di violenza e conseguenze inattese, alimentata da un’illusione amorosa, incarnata dal personaggio del cuoco Sergej, interpretato da Najmiddin Mavlyanov.

La scelta di un autore inedito per l’inaugurazione della stagione, secondo il giudizio del pubblico giovane, si rivela una scommessa vinta, un segnale di apertura e innovazione.

Il sovrintendente Ortombina guarda al futuro con ambizione, auspicando che il prossimo passo sia l’inaugurazione con una nuova produzione originale del teatro.

Una prospettiva che, tuttavia, non si concretizzerà nel prossimo anno, quando il cartellone sarà dominato da “Otello” di Verdi.
Come in passato, alcuni giovani sono stati invitati da Armani, testimoniando una continuità di scelte stilistiche anche dopo la scomparsa dello stilista.
Il pubblico, elegantissimo, rappresenta un mosaico di professioni e talenti, come Amir, redattore di “Ad”.
A differenza dell’evento del 7 dicembre, l’attenzione si concentra sull’esperienza artistica, sulla musica e sullo spettacolo, piuttosto che sulla presenza di personalità istituzionali (che quest’anno vedrà il Presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso, e altri esponenti politici, sostituendo l’assenza del Capo dello Stato e del Presidente del Senato).
L’auspicio di Ortombina è che questi giovani tornino a vivere la magia del teatro, un luogo aperto a tutti, dove la passione per l’arte possa continuare a fiorire.

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