La vertenza Ikea si radicalizza: i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno indetto uno sciopero nazionale per il 5 dicembre, una risposta inequivocabile alla gestione aziendale percepita come profondamente lesiva dei diritti dei lavoratori.
Il conflitto, in realtà, affonda le sue radici in un blocco negoziale protratto sin dal 2019, quando è scaduto il contratto integrativo aziendale, un documento fondamentale che regolamentava in dettaglio aspetti cruciali del rapporto di lavoro al di là delle disposizioni del Contratto Collettivo Nazionale del settore.
La decisione dello sciopero non è frutto di un impulso improvviso, bensì il culmine di un deterioramento progressivo delle relazioni industriali, caratterizzato da una crescente unilateralità nelle decisioni aziendali e da un rifiuto di confrontarsi con le rappresentanze sindacali.
L’azienda sembra aver abbandonato un modello di governance partecipativo, optando per una comunicazione a posteriori, dopo aver già implementato cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro, nella definizione dei turni e nell’assegnazione delle mansioni.
Questo approccio elude il ruolo delle parti sociali e vanifica la funzione stessa del contratto integrativo aziendale, che prevedeva un coinvolgimento attivo dei sindacati nella definizione di tali aspetti cruciali.
Un esempio emblematico di questo distacco è rappresentato dalla recente e inaccettabile restrizione dell’accesso alla mensa aziendale per i dipendenti part-time con pause ridotte, una misura che contravviene a prassi e accordi consolidati nel tempo.
Questa azione, come altre, testimonia una volontà di erodere i diritti acquisiti e di comprimere le condizioni di lavoro.
Le rivendicazioni sindacali non si limitano alla questione della mensa.
L’azienda, infatti, si ostina a mantenere una posizione rigida su altre questioni chiave, tra cui la gestione dei passaggi di livello professionale e il riconoscimento delle competenze specialistiche.
La volontà aziendale appare orientata a un’appiattimento delle qualifiche, una “omogeneizzazione” forzata che impone a tutti i dipendenti l’esecuzione di compiti eterogenei, indipendentemente dalla loro professionalità specifica e dall’inquadramento contrattuale.
Questo modello aziendale, in sostanza, mira a massimizzare la produttività a costo di svilire il valore del lavoro specializzato e di creare un clima di precarietà e insoddisfazione.
La denuncia dei sindacati non si limita alla compressione dei diritti contrattuali, ma estende la critica all’intera filosofia gestionale dell’azienda, accusata di perseguire il profitto a tutti i costi, sfruttando ogni lacuna normativa e piegando la forza lavoro a logiche di efficienza massimizzata, in palese contrasto con i principi fondamentali del diritto del lavoro e con i doveri di tutela dei lavoratori sanciti dalla Costituzione.
Lo sciopero del 5 dicembre rappresenta dunque un atto di difesa dei diritti, un monito all’azienda e un appello alla ripresa di un dialogo costruttivo volto a ristabilire un rapporto di lavoro equo e rispettoso della dignità dei lavoratori.






